Una sinistra senza futuro

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La sinistra italiana riflette valori mercatisti-liberisti (esattamente quelli che un tempo essa stessa marcava di destra), depurati di energia politica, al servizio della mera occupazione di spazi di potere.

La sinistra novecentesca sacrificava nel suo orizzonte ideale la libertà sostanziale a favore dell’eguaglianza (o se si preferisce della giustizia), mentre la destra prediligeva la difesa della libertà formale, trascurando il valore dell’eguaglianza, così pregiudicando l’essenza della libertà, che non è tale se non è accompagnata dalla giustizia sociale. Il pensiero odierno unificato dal piccone demolitorio del Muro di Berlino (che ha tragicamente mandato in soffitta l’impegno idealistico novecentesco verso una società libera dall’alienazione capitalistica) non consente più di distinguere i valori della cosiddetta sinistra da quelli della destra.

Mentre il proletariato e la borghesia di un tempo vengono sostituiti da moltitudini atomizzate di dominati, che si agitano sia all’interno di quel che resta dello Stato nazionale che nell’arena mondializzata (dove i rapporti di forza sono tutti a favore del capitale finanziario), la sinistra sopravvissuta ha ammainato la bandiera del riscatto sociale allineandosi ai valori del capitalismo liberista.

Se è indubbio che il XX secolo abbia generato tragedie e conflitti, inclusi nazismo e comunismo reale, esso tuttavia è stato anche il tempo delle battaglie del lavoro e dei tormenti politici che hanno consentito la costruzione dello stato sociale e la tutela di tanti beni collettivi di cui ancora oggi beneficiamo. Nei trent’anni di ricostruzione al termine del secondo conflitto mondiale si era riusciti a porre un freno all’onnipotenza dell’economia, fino agli anni ’80, dando spazio alla prospettiva politica e alle lotte per il contenimento dei privilegi di pochi a favore dei bisogni di molti.

A partire dalla caduta del Muro, dunque, e in modo più accentuato nei primi vent’anni del nuovo secolo, la gerarchia del rispettivo posizionamento è stata ribaltata. La narrativa liberista trionfante impone così l’esegesi della fine di ogni ideologia. L’allora cantore di tale liturgia, il filosofo americano Francis Fukuyama, aveva presentato il destino americano/centrico – democrazia liberale ed economia di mercato – come l’imbuto nel quale tutte le nazioni del mondo sarebbero prima o poi precipitate. In quegli anni, il destino mondiale delle istituzioni politiche ed economiche è sembrato unificarsi.

La destra tira un profondo respiro di sollievo, finalmente liberata da quell’ombra minacciosa che da un secolo e mezzo (Manifesto del 1848) faceva scendere i brividi lungo le schiene riscaldate delle classi dominanti. Nella visione politica di questa, l’ingombro assolutizzante del passato impedisce di pensare un futuro diverso, mentre la tradizione non è che conservazione di privilegi, attaccamento al proprio status di dominio, impedimento a una più equa idealità di vita collettiva.

A sua volta, la sinistra è travolta dal senso di colpa per aver puntato sulla causa sbagliata, cosicché, priva di un briciolo di riflessione critica, tenta di correggere il libro della storia per far dimenticare quell’ingenuo incantamento infantile di aver creduto alla possibilità di un mondo migliore. Invece di cogliere l’occasione per riscrivere le sempiterne leggi della giustizia e della libertà alla luce degli orrori e degli errori del XX secolo, gli anemici dirigenti di sinistra sopravvissuti abbandonano la tensione verso il cambiamento, ripiegando su un avvilente economicismo e puntando ad accomodarsi sullo sgabello basso della mensa dei signori.

Il mondo del lavoro, i ceti subalterni e gli ultimi del mondo, che avevano investito nella fede di una resurrezione liberatoria, perdono riferimenti e orientamenti. Nel vuoto di idealità, il popolo abbandonato si ritira ai margini, alla confusa ricerca dell’uscita dalla nebbia, in attesa di riprendere la strada verso la palingenesi sociale, suo insopprimibile punto d’approdo. Oltre il Muro di Berlino viveva un sistema ottuso e prevaricatorio al servizio di un’élite privilegiata. Eppure, bastava la sua ombra alternativa al capitalismo per incutere rispetto e moderazione, nel timore che quella marea incontinente, con i suoi atti e misfatti, potesse esondare oltre frontiera. Quell’incubo aveva contribuito alla crescita dei ceti subalterni che dal 1945 al 1980 fanno registrare benessere e progresso sociale come mai prima d’allora.

Oggi, la sinistra italiana riflette valori mercatisti-liberisti (esattamente quelli che un tempo essa stessa marcava di destra), depurati di energia politica, al servizio della mera occupazione di spazi di potere. In assenza di un disegno teleologico e con il sostegno dalla macchina eticamente corrotta del consenso mediatico (pubblico e privato), essa presenta pochi e marginali profili di differenziazione rispetto alla destra.

Nell’umiliante strumentalità di aggettivazioni etichettanti (sovranismo e populismo in primis, che hanno poco a che fare, se questo era l’intento, con nazionalismo e confusionismo-manipolazione), la sola prospettiva intangibile dei partiti sinistri sopravvissuti al crollo delle idealità è la fede messianica    nell’Unione Europa. Una fede che indugia tra religione e superstizione, ma che presuppone la rinuncia a ricorrere all’analisi storica per comprendere gli eventi, come suggeriva un grande filosofo tedesco del XIX secolo, evitando di cadere nella trappola acritica dell’ideologia immobilistica.

L’Unione (si fa per dire) Europea s’impone allo sguardo di chiunque, persino dei più disattenti, come una tecnostruttura irriformabile che solo una sconfinata fantasia strumentale ha potuto trasformare in un abbozzo utopico di Europa Federale. Mentre gli italiani prendono distanza ogni giorno di più da tale creatura onirica, il sonno della ragione continua ad abitare le menti dei dirigenti del nostro Paese (su questo senza alcuna distinzione tra destra, centro e sinistra, che una volta chiuse le urne salgono i gradini del potere per fare le stesse cose).

L’Ue non è altro che un’impalcatura antidemocratica che mira alla colonizzazione economica e politica dei ceti e dei paesi subalterni, e che non darà mai vita a uno Stato Europeo Democratico, in assenza di un Demos europeo (non il Laos, la massa indistinta). Il Demos, infatti, fonda le radici nell’identità di cultura e di lingua, nelle sconfitte e nelle vittorie, nell’odio e nell’amore che cementano le vene di una nazione. Tutto ciò va riconosciuto a chiare lettere, proprio per contenere l’insorgenza di nuovi nazionalismi o peggio. “Gli uomini – dicono i taoisti – utilizzano le parole per spiegare il mondo, per descrivere la vita, ma la vita non è nelle parole, essa è altrove”.

Ma c’è di più, la nascita di un’ipotetica Europa Federale – semmai prendesse vita – isserebbe le insegne del liberismo sovranazionale al servizio delle élite finanziarie europee, e a cascata americano-centriche. Un tale ipotetico Stato Europeo non governerebbe il mercato, ma per il mercato, non sarebbe fondato sui bisogni fondamentali della persona umana e sui valori comunitari di un socialismo aggiornato al XXI secolo (nulla a che vedere con il nichilismo burocratico sovietico, beninteso), ma sull’alienazione monarchica della finanza mondialista.

Se alcuni avessero a mente che anche tale ipotetica Europa Federale avrebbe tali caratteristiche, ebbene allora il suggerimento sarebbe quello di leggere la storia con occhio attento. Se un futuro diverso per i ceti soccombenti ha ancora una chance, questa si situa esclusivamente all’interno dello Stato nazionale, il solo luogo istituzionale protetto dove la forza di resistenza dei dominati può sperare di tener testa ai dominanti. Il vero inter-nazionalismo (ben diverso dal globalismo    indistinto dei mercati finanziari), genuino orizzonte della dottrina socialista, pone e presuppone l’esistenza dello stato-nazione.

Esistono sulla carta solide ragioni per auspicare un riequilibrio della geopolitica mondiale a favore dell’Europa, non certo tuttavia di questa Europa fondata sulla legge della giungla, politicamente/militarmente occupata dagli Usa ed economicamente asservita all’ordoliberismo tedesco. Un ipotetico terzo polo geopolitico – che comprenda tutte le nazioni europee, Russia inclusa che dell’Europa condivide storia, cultura e comuni interessi economici – resta perseguibile, anche se di ardua realizzazione, solo nella realistica prospettiva di uno stato confederale rispettoso di identità e interessi di tutte le nazioni europee, grandi e piccole. Si tratterebbe di aprire un percorso diverso, sul quale varrebbe la pena spendere qualche riga in più, un’altra volta.

Al ceto dirigente del Paese va chiesto l’impegno a riesumare dall’inconscio la nozione di Unione Politica al solo scopo di smentirne una volta per tutte la perseguibilità, prendendo atto che quella chimera è stata fatta ondeggiare nell’etere dalle élite dominanti solo per agevolare il saccheggio di popoli sprovveduti come quello italiano.
Nella prospettiva di una società più libera e più giusta, dove anche gli ultimi nella scala sociale possano sperare in un futuro migliore, un lavoro stabile, servizi sociali adeguati, cultura per tutti, accoglienza vera (non quella mistificatoria che abbandona gli immigrati per la strada) e così via, occorre ri-costruire lo Stato, prosciugato nei decenni scorsi dalle umilianti politiche neoliberiste di tagli sconsiderati, uno Stato efficiente, democratico e trasparente, amministrato dagli uomini migliori del Paese. Questi ultimi non mancano, nascosti nei recessi marginali della società, obliterati da un potere che difende immeritati privilegi con la narrativa alimentata dalla macchina mediatica del consenso, de-culturata e asservita (le eccezioni sono relegate ai margini o nei meandri della rete).

I confini tra le nazioni, per tornare all’Ue, non sono un’invalicabile barriera divisoria, ma legittimi fattori identitari, punti di incontro, momenti di scambio, sono il “limes” che impedisce la sopraffazione del più forte. Oggi ad esempio, in assenza della frontiera monetaria, la moneta comune è strumento di incursioni depredatorie e di impoverimento a favore delle élite finanziarie del Nord.

Alle prese con la tragedia insieme virale ed economica, la decisione politica è stata monopolizzata dai tecnici, solo in apparenza neutrali, il cui livello di concordia ricorda i secoli bui delle guerre di religione. La formazione di sinistra al governo, rinnegando la sua genesi, dopo aver stracciato il vessillo dell’anti-capitalismo, sventola quello dell’anti-fascismo in assenza di fascismo, invece di combattere il capitalismo finanziario e la fede messianica in un’Europa fantasmatica.

È così che le (saltuarie) manifestazioni popolari di dissenso vengono classificate populiste e di destra, mentre esse esprimono un disagio sociale meritevole di ben altra attenzione da parte di una sinistra superba e sotto-culturata. Solo dalle ceneri della sua auspicabile implosione potranno rinascere nuove aggregazioni che diano speranza alla parte oppressa della società e un futuro al nostro sofferente Paese. 

Alcuni uomini confondono i limiti del proprio sapere con i confini del mondo. L’ideologia dell’immutabilità si può sconfiggere, ma forse il coraggio non basta, occorre l’ardimento, alla luce della durezza dei tempi. L’errore, lo sbandamento, l’incognita o l’imprevisto non devono scoraggiare. L’abbandono del lessico del padrone sarebbe un buon inizio. Il falso ricatto genera l’asservimento alla logica del pensiero dominante. È l’immobilismo – e non v’è nulla di peggio – che ci impedisce di dormire.

Alberto Bradanini

Former Ambassaor in Teheran and Peking

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