Un mondo che cambia dopo la crisi pandemica

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Le differenze  nei modi in cui è stata affrontata la pandemia e le  conseguenze economiche e sociali. I diversi modelli adottatti dalla Cina agli Stati Unit, e il caso dell'Europa.

L'annuncio della pandemia in Cina lo scorso anno ha sollevato un giustificato allarme in tutto il mondo. Ha riportato alla memoria la pandemia del 1918 alla fine della prima guerra mondiale, erroneamente definita “spagnola”, la sua durata e le sue conseguenze economiche e umane. Un secolo non è passato invano. La ricerca epidemiologica e le cure sono intervenute in tempi straordinariamente brevi. Gli interventi erano già stati annunciati durante l'estate del 2020.Infine, i rimedi antivirus di diverse fonti si sono dimostrati efficaci. Per molti versi, i risultati della ricerca e della sperimentazione hanno superato le previsioni più ottimistiche. Ma, sfortunatamente, non tutti i paesi hanno potuto beneficiare allo stesso modo dei risultati.

Qual è la situazione all'inizio della seconda metà del 2021? La crisi pandemica è stata generalmente contrastata con successo nella maggior parte dei paesi dell'emisfero settentrionale. Ma tassi di infezione gravi e allarmanti si registrano in aree economicamente fragili: dall'India al Brasile, così come nei paesi più poveri dell'America Latina e dell'Africa.
Tuttavia, nell'emisfero settentrionale, le conseguenze economiche e sociali sono state fronteggiate con risultati apprezzabili.

In Cina, dopo la crisi pandemica dell'inizio del 2020 a Wuhan, nella provincia di Hubei, la ripresa dell'economia è stata rapida e significativa. Già nel 2020 l'economia aveva ripreso a crescere conseguendo a fine anno un aumento del PIL del 2 per cento. E il 2021 si chiuderà, secondo le previsioni, con un aumento del Pil di oltre l'8 per cento, uno dei più alti dell'ultimo decennio. In altre parole, le conseguenze economiche e sociali della pandemia sono state sostanzialmente superate.

In Giappone la politica del capo del governo Shinzo Abe nei primi mesi ella crisi fu fondamentalmente orientata al sostegno della popolazione e al rilancio degli investimenti con aiuti pubblici per circa 1.000 miliardi di dollari. Un importo che è stato successivamente accresciuto dal suo successore, Yoshihide Suga, a 1.250 miliardi. Il risultato è sostanzialmente coerente con le aspettative. Gli effetti  economici e sociali inizialmente maggiormente temuti per la diffusione della pandemia sono stati neutralizzati con una crescita media annua calcolata nell’ordine del 2 per cento medo per biennio 2020 -21 – una crescita  complessiva superiore rispetto alla media annuale antecedente alla pandemia.

Ma, per molte ragioni, quello che può riguardarci più da vicino, sia per la straordinaria accelerazione de tempi delle vaccinazioni ,sia dal punto di vista economico e sociale, è il caso degli Stati Uniti. Un dato certamente rilevante è il calo del tasso di disoccupazione dal massimo del 15 per cento di aprile 2020 - con 22 milioni di disoccupati - al 6,5 per cento di giugno 2021, al culmine di un periodo nel quale si è registrata una crescita dell’occupazione fino a oltre 700 mila occupati al mese. Su questa base è possibile che nella seconda metà del prossimo anno la disoccupazione torni ad attestarsi in prossimità del 3,5 per cento come era nel periodo pre-pandemia -  il tasso più basso registrato dopo il secondo dopo-guerra degli anni quaranta.

La crisi negli Stati Uniti è stata inizialmente paragonata a quella degli anni '30, ma questo è un paragone inappropriato. Franklin D. Roosevelt trovò l'America prostrata da tre anni di una crisi catastrofica con un quarto della popolazione attiva disoccupata e  travolta dalla povertà. Nei primi anni della sua presidenza, tra il 1933 e il 1935, Roosevelt non solo diede origine alla ripresa economica e sociale, ma attuò investimenti pubblici e riforme sociali che cambiarono il volto dell'America. In effetti, un episodio eccezionale nella storia americana.

Tuttavia, l'entità della ripresa in atto negli Stati Uniti dopo il crollo causato dalla pandemia rimane un esempio rilevante della politica attivata dalla presidenza Biden.
Ma l'eccezione non è nella ripresa economica cinese, giapponese o americana alla quale ci siamo riferiti a titolo esemplificativo, ma nella crisi economica e sociale europea e, in particolare, di alcuni grandi paesi dell'eurozona. Nel caso americano sono stati investiti e in parte sono in corso d’investimenti quasi 5 trilioni di dollari per il biennio.

Nell'Unione europea sono finanziati dalla Commissione europea investimenti per 750 miliardi di euro per il periodo compreso fra la seconda parte del e il 2026. Complessivamente, nel corso di sei anni, meno di quanto il Giappone, come singolo Paese, ha messo in campo per il biennio 2000 21 – sostanzialmente neutralizzando le conseguenze economiche della pandemia, e tornando a un livello di disoccupazione inferiore al 3 per cento.

In Europa, il ritorno a livelli di reddito uguali a quelli precedenti l'epidemia è previsto intorno al 2023, come nel caso di Italia, Spagna e Francia, per citare tre grandi paesi dell'eurozona. Il ritardo non comporta un ritorno alla disoccupazione pre-crisi, ma il suo aumento, una volta che il divieto di licenziamento sarà definitivamente superato. Inoltre, nel 2023 sarà nuovamente applicata la norma che prevede l'azzeramento del deficit del bilancio pubblico e la riduzione del debito pubblico fino al prescritto 60 per cento del Pil. In altre parole, una linea generale di deflazione nel mezzo delle conseguenze economiche e sociali della pandemia. La differenza rispetto alle altre grandi aree economiche che abbiamo visto è impressionante.

Il debito pubblico è, come in tutti i paesi colpiti dalla pandemia, aumentato per l’effetto automatico della riduzione del PIL. In Italia ha raggiunto un livello intorno al 160 per cento, in Francia ha superato il 120 per cento, mentre in Spagna ha raggiunto il 120 per cento del PIL, il triplo del debito prima della crisi europea del 2008-2010.

La crescita del debito pubblico, inevitabile nel corso di una crisi economica, può essere controbilanciato solo nel corso di una sostanziale ripres dell'economia; e attraverso la crescita il debito può essere gradualmente ridotto come percentuale del reddito nazionale. Al contrario, senza una forte ripresa della crescita, il debito può essere abbassato solo riducendo la spesa sociale. Principalmente, attraverso la riduzione delle spese per le pensioni, per la sanità e per l'assistenza ai disoccupati. In altre parole, con un peggioramento delle condizioni sociali e un aumento delle disuguaglianze.

Tuttavia, questi non sono risultati con un uguale grado di incidenza nell'Unione Europea. La Germania è un paese con un alto grado di competitività a livello globale. La riduzione della crescita della domanda interna trova una compensazione nello straordinario flusso di surplus della bilancia commerciale. Anche una politica restrittiva consente il mantenimento della crescita nel quadro di una riduzione del disavanzo e del debito pubblico. In breve, la Germania si muove in un orizzonte diverso agli altri maggiori paesi dell’eurozona.

L'aumento della disoccupazione è, invece, inevitabile negli altri grandi paesi dell'eurozona, in assenza di un consistente e rapido recupero delle perdite subite durante la pandemia. Il livello di disoccupazione raggiunge l'8 per cento in Francia, mentre in Spagna è quasi il doppio, e In Italia è mediamente , ma raggiunge e supera il 20 per cento in alcune regioni del Mezzogiorno, il livello più alto dell’eurozona, dopo l’avio della ripresa in Grecia.

La pandemia aumenta le disuguaglianze. L'esempio italiano è illuminante. Alla fine della ripresa post-pandemia il PIL sarà ancora sotto il livello del 2008 e, più o meno, uguale a quello di inizio secolo. E, nel corso del ventennio, la quota di popolazione in condizioni di povertà è aumentata nel Mezzogiorno dal 10 al 20 per cento, con il più alto tasso di povertà dell’eurozona, dopo l’avvio della ripesa in Grecia.

In sostanza, l’aggravamento delle disuguaglianze è in Italia la caratteristica più rilevante tra gli effetti sociali della pandemia del coronavirus. I risparmi delle famiglie più abbienti sono in gran parte aumentati. Tra febbraio 2020 e febbraio 2021, i depositi bancari sono aumentati di oltre 160 miliardi, la crescita più alta mai registrata, raggiungendo complessivamente 1.750 miliardi, più dell'attuale PIL. Una testimonianza dell'aumento della ricchezza per le classi abbienti. Allo stesso tempo, milioni di famiglie sono cadute nella povertà, costrette a cercare l'assistenza di organizzazioni cattoliche e laiche per il cibo quotidiano.

In sintesi, la politica dell'eurozona, di fronte alla pandemia del coronavirus, presenta in alcuni dei maggiori paesi europei tre aspetti significativi: il rallentamento della ripresa per ritrovare il reddito nazionale pre-crisi; l’aggravamento in corso del tasso di disoccupazione, diversamente da ciò che accade in altre grandi aree dell’emisfero settentrionale; una crescente precarietà del lavoro e la conseguente crescita della disuguaglianza. 

 In sostanza, e comparativamente, una politica che invece di combattere, prolunga le conseguenze economiche e sociali della pandemia a danno dei ceti più disagiati, mentre gli interventi della commissione europea e al livello nazionale con una distribuzione d risorse più o meno adeguate privilegiano il sistema imprenditoriale in grado di disporre di risorse vincolate agli obiettivi fissati a Bruxelles gratuitamente o con tassi di interesse sufficientemente bassi.
In sostanza una politica che non combatte nella misura e nei tempi necessari le conseguenze economiche e sociali che hanno colpito la classe lavoratrice e gli strati meno abbienti della popolazione.

Ma questo non significa che le cose continueranno necessariamente su questa strada. Molte cose possono accadere in un futuro più o meno prossimo, a diversi livelli nazionali ed europei, contro le scelte sbagliate sinora adottate e le loro conseguenze per la gente comune. Tuttavia, lo scenario politico rimane incerto ed è difficile fare previsioni, al di là degli scenari che oggi ci vengono offerti.

Antonio Lettieri

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