Stati Uniti e Afghanistan: guerra perduta, impero predominante?

Sottotitolo: 
A meno che gli Stati Uniti non accettino un ruolo più modesto in un mondo multipolare, sono inevitabili altre disavventure tipo Afghanistan.
  • Identificare la causa delle disfatte in Afghanistan è utile. Ma la frenetica ricerca di capri espiatori è guidata dal bisogno politico delle élite statunitensi.
     
  • La guerra in Afghanistan non è stata un successo. Ma nel contesto dell'insistenza degli Stati Uniti sul mantenimento dell'egemonia mondiale, non è stato un fallimento.
     
  • La guerra è costata agli Stati Uniti 2,3 trilioni di dollari in 20 anni, meno dell'1% del suo PIL cumulato. Al contrario, la guerra ha lasciato l'Afghanistan in una condzione economico disperata.
     
  • I talebani non possono ottenere i capitali di cui hanno bisogno da un sistema finanziario globale dominato dagli americani e rimanere ostili agli Stati Uniti.
     
  • Dopo ogni battuta d'arresto, la classe politica statunitense riafferma il suo impegno a promuovere la pace, i diritti umani e la democrazia con bombe, e droni killer.
     
  • La storia scomoda, come il sostegno degli Stati Uniti che ha portato i talebani al potere negli anni '80, viene eliminata dal dibattito attuale.
     
  • La visione di Biden di costruire un futuro prospero non è compatibile con i crescenti costi del mantenimento dei privilegi imperiali.

Sì, il ritiro dell'America dall'Afghanistan è stato ignominioso e goffo. Quindi non è una sorpresa che abbia generato una tempesta di di recriminazioni interne e di ricerca dei motivi motivo per cui la guerra è stata "perduta.

Il rimpallo delle colpe
I repubblicani incolpano i democratici e i democratici incolpano i repubblicani. Gli esperti incolpano le bugie e l'autoinganno di tre amministrazioni presidenziali, l'incompetenza militare, la corruzione del governo afghano, la doppiezza del Pakistan, una CIA inetta, l'ignoranza degli americani della cultura locale ecc.,

Senza dubbio tutto ha contribuito. Identificare la causa particolare delle disfatte in Afghanistan è ovviamente utile. Ma la frenetica ricerca di capri espiatori è guidata dal bisogno politico delle élite statunitensi.

Devono ora spiegare perché, dopo 20 anni di guerra – e di equipaggiamento, addestramento e sovvenzione dei suoi alleati afgani – l'esercito più potente e costoso del mondo è stato sconfitto da una minoranza in inferiorità numerica di fondamentalisti religiosi che non dispongono nemmeno un'aeronautica.

La risposta può essere trovata in considerando un certo numero di dati di fatto:

Realtà n. 1: gli imperi non hanno la necessità di vincere guerre periferiche

La guerra in Afghanistan certamente non è stata un successo. Ma nel contesto dell'obbiettivo della classe dirigente statunitense sul mantenimento dell'egemonia mondiale, non è stato nemmeno un fallimento.

Per capire perché, bisogna partire dal fatto fondamentale che gli Stati Uniti d'America sono un impero globale. Il budget militare degli Stati Uniti è maggiore di quello dell’insieme  delle 11 nazioni con la spesa maggiore. Ha almeno 800 installazioni militari straniere in tutto il mondo.

Nel 2016 disponeva di “forze speciali” operanti in quasi 140 paesi. In molte capitali straniere, la figura politica più importante è l'ambasciatore degli Stati Uniti.

Come tutti gli imperi della storia, gli Stati Uniti non devono "vincere" ogni guerra alla loro periferia. Lo scopo geopolitico principale delle sue forze armate è dimostrare la capacità e la volontà dell'impero di infliggere punizioni esemplari a coloro che ai suoi margini lo sfidano.

Realtà n.2: Il prezzo dell'impero

Da questa prospettiva imperiale, la guerra dei 20 anni ne è valsa la pena. Sì, è costato oltre 6.000 vite americane. Ma in Afghanistan, circa un decimo delle dimensioni degli Stati Uniti, sono state uccise almeno 250.000 persone, tra cui donne e bambini. E centinaia di migliaia hanno dovuto abbandonare le loro case e comunità.

La guerra è costata agli Stati Uniti 2,3 trilioni di dollari in 20 anni. Ma pur sempre meno dell'1% del suo PIL cumulato. Al contrario, i combattimenti hanno lasciato l'Afghanistan una condizione economica disperata.

La lezione non sarà ignorata dai “vittoriosi” talebani, ora alle prese con l'enorme compito di ricostruire un paese devastato. Né la Russia né la Cina li salveranno.

Come i comunisti vietnamiti hanno capito prima di loro, non possono ottenere i capitali di cui hanno bisogno da un sistema finanziario globale dominato dagli americani e rimanere ostili agli Stati Uniti.

Realtà n. 3: ne vinciamo un po', ne perdiamo un po'

Come per tutti gli imperi, la nostra ingombrante presenza in tutto il mondo sta creando una riserva inesauribile di persone che ci odiano. Gli imperi tendono anche a creare un collegio elettorale politico di élite locali e di apparati militari statunitensi che traggono profitto dalla nostra presenza e dal nostro impegno. In queste circostanze, gli Stati Uniti scelgono sempre di essere presenti nelle controversie locali, venendo trascinati nei conflitti locali.

I nostri militari sono intervenuti in altri paesi circa 190 volte dopo la fine della seconda guerra mondiale, con la maggior parte degli interventi praticati ​​dopo la scomparsa dell'unico rivale imperiale dell'America: l'Unione Sovietica.

Ne vinciamo alcuni, come a Panama, nella Repubblica Dominicana e a Granada. E ne perdiamo alcuni, come in Vietnam, Somalia, Libano e Iraq.

Realtà 4: Impero? Quale Impero?

Eppure, dopo ogni battuta d'arresto, la classe politica statunitense riafferma il suo impegno a promuovere la pace, i diritti umani e la democrazia con bombe, armi e droni killer. E promette di fare meglio "la prossima volta".
C'è sempre una prossima volta.

Finora, il nostro delirante discorso politico salva sia i politici che il pubblico dall'affrontare la realtà. Pertanto, la storia scomoda – come il sostegno degli Stati Uniti che ha portato i talebani al potere negli anni '80 – viene eliminata dal dibattito attuale.

Realtà n. 5: i media statunitensi complici

Parole come "impero" e "imperialismo" non compaiono praticamente mai nei principali media statunitensi. I giornalisti optano invece per eufemismi confortanti: "eccezionale", "unico", "indispensabile". E il sempre popolare, "leader del mondo libero".

"La cosa grandiosa dell'impero americano", ha scritto Niall Ferguson, uno schietto sostenitore dell'imperialismo statunitense, "è che così tanti americani non credono nella sua esistenza".

Realtà n.6: i crescenti costi interni dell'imperialismo

Ma il costo politico ed economico della nostra autoillusione nazionale sta iniziando a pungere.

Riduce le esigenze di ricostruzione interna dell'America, nonché la necessità di cooperazione internazionale con gli avversari dell'impero, come Russia e Cina, al fine di affrontare il riscaldamento globale, le pandemie e le migrazioni di massa.

Inoltre, la capacità dell'America di imporre sanzioni paralizzanti agli stati recalcitranti sta diminuendo man mano che la sua importanza economica nel mondo si riduce.

Intanto gli elettori sono diventati scettici sul valore di giocare a poliziotto, giudice e carnefice per il mondo. Dal 62% al 35%, la maggioranza afferma che la guerra in Afghanistan non è valsa la pena.

Conclusione

La storia insegna che le élite non rinunciano facilmente ai privilegi dell'impero. Ma la visione di Joe Biden di costruire un futuro prospero e verde è semplicemente non compatibile con i crescenti costi del mantenimento dei privilegi imperiali.

Biden ha detto che ci sarà tempo dopo che il ritiro sarà completo per discutere le lezioni dell'esperienza afghana. Abbastanza giusto, ma finora ci sono poche indicazioni che Washington

ia pronta a mettere in  discussione il suo impegno per l'egemonia globale a meno che non possa accettare un ruolo più modesto in un mondo multipolare, sono inevitabili altre disavventure tipo Afghanistan.
Nel frattempo, il futuro economico dell'America e il futuro della sua stessa democrazia sono sempre più a rischio.

(Testo radotto a cura di  Insight)

Insight - Free thinking for global social progress

Free thinking for global social progress