Sciopero generale e polemiche

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Quale che sia il giudizio sullo sciopero generale, non si posson oignorare i problemi del mondo del lavoro.

In piena pandemia e coi contagi in aumento è grave e temerario proclamare uno sciopero generale (tranne la sanità e i settori esclusi dal Garante dello sciopero nei servizi essenziali). Altrettanto grave è la conseguente frattura del sindacalismo confederale: CGIL-UIL da una parte, CISL dall’altra. Frattura che indebolisce la già debole “rappresentanza sociale”. E indebolisce pure, indirettamente, la “rappresentanza politica” in Parlamento. Rivela infatti l’infondatezza dell’idea che l’attuale Governo abbia grande solidità solo perché trainato dall’autorevolezza di Mario Draghi e sostenuto da destra e sinistra.

La maggioranza è solida per numeri, non per omogeneità d’intenti. La convivenza di forze contrapposte infatti comporta continue e defatiganti mediazioni il cui successo non è scontato. Non a caso la proposta di Draghi di prevedere un “contributo di solidarietà” a chi ha redditi alti a vantaggio di chi li ha bassi, è stata bocciata da Lega, Forza Italia e Italia viva. Così, di fronte all’annuncio dello sciopero CGIL-UIL, la sinistra è in imbarazzo e la destra canta vittoria: Salvini, per esempio, chiede cos’altro pretendano i lavoratori che non s’accontentano della diminuzione delle tasse. E allora l’unico effetto positivo della contrapposizione tra i partiti della maggioranza governativa è il rinverdire della differenza tra destra e sinistra. Basata sui valori costituzionali a fondamento della Repubblica: lavoro, eguaglianza (delle opportunità), solidarietà, giustizia e coesione sociale. Valori che non rientrano nel patrimonio ideale della destra.

Per il resto gli effetti della contrapposizione sono tutti negativi. La prova della difficoltà che nel governo coesistano opposte posizioni sta appunto nella “questione sociale”, che è insolubile in un quadro politico ambiguo e conflittuale. Così, tra gli effetti sul movimento sindacale, c’è il riemergere di antiche divisioni: CISL più dialogante e collaborativa con l’istituzione; CGIL e UIL pronte sì alla concertazione e al rispetto degl’impegni, ma pure alla lotta quando il Governo è insensibile alle istanze dei lavoratori.

Adesso non resta che aspettare come va lo sciopero, che in verità si potrebbe evitare. Visto che anche la CISL ha indetto una “sua” manifestazione dopo due giorni, il Governo potrebbe convocare assieme le tre Confederazioni e ritornare su qualcuno dei problemi più scottanti da esse sollevati. Raffredderebbe il conflitto e salverebbe l’unità sindacale. Per parte loro le Confederazioni proclamanti – sismografo delle condizioni e degli umori dei lavoratori – dovrebbero fare attenzione all’entità dell’adesione.

In ogni caso, abbia o no successo lo sciopero, l’iniziativa sindacale è un segnale preoccupante del diffuso malessere sociale e richiede una generale riflessione sulla “dignità del lavoro”: che rimane centrale in qualsiasi situazione economica. Non va confusa – come fa il Governo multicolore – l’“assistenzialismo dei ceti deboli” e l’effettiva “valorizzazione del lavoro” per la crescita del Paese. Se è sacrosanto il “Patto sociale” invocato da Confindustria – specie nella transizione dall’economia tradizionale alla nuova economia (verde, tecnologica e digitale) – non è però pensabile che tale patto possa realizzarsi senza prospettare, per lo sviluppo, strumenti di riequilibrio nella distribuzione della ricchezza.

Non basta dunque la riforma di Cassa integrazione e ammortizzatori sociali, certamente indispensabile, ma occorre un confronto franco e aperto tra parti sociali e Governo per impostare una vera politica industriale (ora del tutto assente) e una nuova politica economica e del lavoro. Ispirandosi a una maggiore giustizia sociale per la salvaguardia dell’interesse generale: che, nella metamorfosi della struttura produttiva, è del tutto nuovo. E’ innegabile che attualmente, in particolare (ma non solo) nel Mezzogiorno, permangano inalterate ombre cupe sul mondo del lavoro (lasciando da parte le pensioni). Qualche esempio.

a) Aumento della disoccupazione per i licenziamenti di massa, causati dalle tecnologie e dalle “delocalizzazioni selvagge”: in Italia (da Sud a Nord) o in altri Paesi, specie dell’Est europeo, attrattivi grazie al loro dumping salariale e fiscale.

b) Bassi salari e diseguaglianze retributive, tanto che la povertà colpisce persino gli occupati.

c) Assunzioni solo precarie, soprattutto di giovani e donne: nella transizione si riduce il lavoro tradizionale e scarseggia la formazione per i nuovi lavori. Col paradosso della domanda che non riesce a incontrare l’offerta di lavoro per mancanza di efficienti organismi di gestione del mercato del lavoro

d) Infortuni ricorrenti: aumentano gli “omicidi bianchi” per inadeguate misure di sicurezza delle imprese e pochi controlli degl’Ispettorati.

e) Lavoro nero e sfruttamento intensivo di lavoratori (anche immigrati) in agricoltura, edilizia e logistica (per i rider ora finalmente l’UE detta regole di tutela).

f) Mancanza di sostegno legislativo della rappresentatività sindacale e della contrattazione collettiva: strumenti indispensabili per garantire equità tra lavoratori e “non-concorrenza” tra imprese.

Insomma: si dica pure che uno sciopero generale è al momento inopportuno, ma nell’interesse generale non si può ignorare il “grido di dolore” che proviene dal mondo del lavoro. Peraltro non illudiamoci: quand’anche fallisse lo sciopero, non diminuirebbe la conflittualità sociale. Che anzi aumenterebbe e magari verrebbe gestita da chissà quali soggetti, quelli sì irresponsabili!        

 (Editoriale deCorriere del Mezzogiorno, 12 dicembre 2021)

Mario Rusciano

Professore Emerito di Diritto del lavoro, Università di Napoli Federico II.

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