Macron- Merkel. Ascesa e declino dell’Eurozona

Sottotitolo: 
L'Eurozona è in crisi, e l'euro non può essere salvato dalle riforme istituzionali di Macron. Gli errori della Francia e il dominio della Germania.

1.     Machiavelli scrive nel “Principe” che i due poli dell’azione politica sono la fortuna e la virtù. La fortuna è la manifestazione di un insieme di circostanze più o meno favorevoli. La virtù dell’uomo politico è nell’abilità di adottare una condotta in grado di combinarsi con il favore delle circostanze. Questa combinazione intelligente non sempre accade. Infatti è piuttosto raro.

Nel caso di Emmanuel Macron,  le circostanze non potevano essere più favorevoli: il partito socialista, nel cui governo era stato ministro delle Finanze nominato da François Hollande, era in frantumi, e Hollande era il primo presidente della V Repubblica che non aveva potuto presentare la sua candidatura per un secondo mandato. Dall'altro lato la scena era dominata dalla divisione irriducibile tra la candidatura di destra di François Fillon e quella di Marine Le Pen del Fronte Nazionale, una candidatura  sconfitta in partenza.

La fortuna era decisamente a favore del più giovane candidato della Quinta Repubblica all’Eliseo. Ma Machiavelli aveva avvertito che la fortuna non era sufficiente: "… Giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l’altra metà, o poco meno, a noi”,(Il Principe, capitolo XXV). L'altra metà (o quasi la metà) dipende dalla virtù dell'uomo politico: quel talento particolare che gli permette di sfruttare il favore delle circostanze. In questa prospettiva, l'iniziativa principale e immediata adottata da Macron era centrata sul risoluto approfondimento dell'asse franco-tedesco, basato su un insieme di riforme istituzionali europee.

Angela Merkel non dice di essere d'accordo, volendo innanzitutto esaminarne il contenuto, ma non dice nemmeno no. È il suo stile politico: non deviare dalla linea fondamentale, ma lasciare che i problemi decantino, senza rinunciare alle pietre miliari della strategia tedesca. Per Macron la posizione del Cancelliere è sufficiente per dichiarare ottimisticamente l'apertura di una nuova fase dei rapporti con la Germania, rivitalizzando il primato europeo della vecchia coppia franco-tedesca. Le circostanze sono ancora una volta favorevoli.

Ma la fortuna è una dea volubile, come insegnavano gli antichi romani. Le elezioni del 24 settembre scuotono la Germania. Non solo Alternativa per la Germania diventa il terzo partito. Il dato saliente è la sconfitta storica della SPD con i peggiori risultati dopo il 1949  e la fine annunciata della grande coalizione. Angela Merkel perde a sua volta un quinto dei voti della CDU/CSU, e la composizione del nuovo governo si complica

Martin Schulz, l'improbabile leader della SPD, annuncia che il partito non sarà più membro di una nuova maggioranza governativa. Merkel deve formare un governo con i Verdi e i Liberali: un compito complicato dal fatto che i Verdi sono a favore dell'euro, mentre i liberali si collocano su una posizione fortemente rigida nei confronti  dell’eurozona, di stampo euroscettico.

Che cosa accadrà alle riforme istituzionali, che sono al centro della piattaforma europea di Macron? Riassumendo, Macron ha proposto l'istituzione di un ministro europeo delle finanze, un fondo europeo per sostenere le economie nazionali e un Fondo monetario europeo, che deve sostituirsi all’FMI, in relazione alle questioni europee.  Merkel, come abbiamo visto, non è in linea di principio contraria a nessuna di queste riforme, volendo piuttosto discutere del  loro significato, ma per i liberali non c'è molto da discutere.

Per quanto riguarda l'insediamento di un ministro delle Finanze europeo, è una vecchia proposta lanciata da Weidmann, presidente della Bundesbank e da Schäuble, il potente ministro delle Finanze; al  Fondo monetario europeo dovrebbe essere conferito  un mandato specifico: la vigilanza sull’osservanza delle i regole di bilancio da parte degli Stati membri e, in caso di interventi di sostegno finanziario, le relative condizioni economiche e fiscali a carico degli Stati coinvolti.

Un Fondo europeo di sostegno alle economie nazionali, potrebbe essere istituito con l'obiettivo di intervenire, per esempio, nel caso eventi straordinari naturali, come un terremoto. 
a Germania è inoltre particolarmente disponibile all'istituzione di un Fondo Monetario Europeo potendo, in presenza di crisi finanziarie, sostituirsi all’FMI fortemente legato al Tesoro statunitense, come dimostrò partecipando  alla "Troika", insieme alla BCE e alla Commissione europea,  in occasione della crisi greca. In sostanza, le riforme istituzionali europee, proposte da Macron, possono adattarsi alla visione tedesca, dato che il loro compito dovrebbe essere, in ultima analisi, un controllo più rigido del rispetto delle norme che disciplinano la zona euro.

La rinascita della coppia franco-tedesca, che è il centro della politica di Macron, sembra un ottimo obiettivo, ma le condizioni di una ipotetica rinqscita sono tedesche. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi", secondo la famosa affermazione di Tancredi, nipote del Principe di Salina,  nel "Gattopardo".
 

2.     Il 26 settembre, appena due giorni dopo le elezioni tedesche, Macron pronuncia un enfatico discorso alla Sorbona sul futuro dell'Europa, confermando il suo progetto europeo. Ma gli esiti delle elezioni tedesche hanno inferto un duro colpo, che la retorica non può mascherare, al suo ambizioso disegno.

Macron ha vinto le elezioni francesi con uno slogan di successo: non essere "né di destra né sinistra". Il vero significato di questo proclama è che ci troviamo di fronte a una posizione di destra. E Macron non impiega più di cento giorni - quelli che definiscono, dopo i famosi “Cento giorni” di Franklin D. Roosevelt, l'indirizzo generale della presidenza - per qualificarsi come un politico chiaramente a destra.

L'essenza del suo programma è in realtà univoca. Al centro viè la riduzione della spesa pubblica per rispettare i parametri fiscali europei, riducendo allo stesso tempo le imposte sui ricchi. Questo è un atteggiamento comune tra i governi della zona euro. Macron fa di più. Emette "ordinanze", decreti esecutivi, volti a rovesciare il Codice del lavoro, che l'Assemblea nazionale non può modificare, ma solo ratificare.

 Una posizione politica che sarebbe stata definita reazionaria nel disprezzato secolo scorso, ma che ora è considerata una scelta coerente con la nuova filosofia sociale riformista.

In sostanza, si tratta dell'abolizione della contrattazione in imprese che impiegano fino a cinquanta dipendenti. Per le imprese fino a venti dipendenti, il datore di lavoro sceglierà un lavoratore come rappresentante. Nelle imprese con venti fino e cinquanta dipendenti, può essere nominato un rappresentante dei lavoratori ... ma senza un mandato. Al danno si aggiunge la beffa.

Nelle medie e grandi imprese, quando i sindacati non sono rappresentati (come avviene per un numero considerevole di casi), un organismo tecnico assume la responsabilità dei negoziati. Infine, i licenziamenti sono a discrezione dei datori di lavoro, quando motivati per ragioni economiche o organizzative - come dire, sempre.

La CGT ha proclamato uno sciopero generale il 12 settembre, ma la CFDT e Force Ouvrière, non hanno aderito, sperando di rimanere gli interlocutori privilegiati del governo   Sul fronte dell’opposizione politica, Jean-Luc Mélenchon, a capo della coalizione "La France Insoumise” che ha ottenuto circa il 20 per cento dei voti nel primo turno delle elezioni  presidenziali di maggio, ha promosso a Parigi una grande manifestazione contro la riforma del lavoro, etichettata come un "colpo di Stato" sociale. Nel frattempo, nei quattro mesi successivi alle elezioni, Macron ha perso quasi la metà del consenso popolare: un crollo che non si era mai verificato con tale rapidità nella storia della Quinta Repubblica.
 

3.     La coppia franco-tedesca è in difficoltà.  Angela Merkel ha perduto quasi 9 punti percentuali nelle elezioni,  molto di più delle previsioni più negative, ma è abbastanza certa di poter formare, entro Natale,  come ha promesso, una coalizione “arcobaleno” con i Verdi e i Liberali. Non è, pertanto, difficile prevedere che governerà per i prossimi quattro anni, mantenendo saldamente l'egemonia tedesca sull’eurozona, e facendo il possibile per tenere in vita la coppia franco-tedesca.

Tuttavia, il motore della zona euro è in crisi. L'euro è stato considerato l’arma decisiva per rafforzare l'Unione europea nell'arena competitiva internazionale. Non è stato così. Dieci anni dopo l'inizio della crisi emblematica di Lehman Brothers, gli Stati Uniti sono tornati alla crescita, mentre la disoccupazione è scesa dal 10 per cento al picco della crisi fino all'attuale 4 per cento..

Nell’eurozona la crescita continua  a languire dopo anni di recessione e stagnazione, mentre la  disoccupazione oscilla fra il 10 e il 12 per cento in Francia e in Italia  con punte intorno a 20 per cento in Spagna e Grecia. Gli unici paesi che mostrano una crescita fra le più alte dei paesi occidentali sono quelli rimasti  fuori dall'eurozona – dalla Svezia alla Polonia all’Ungheria alla Repubblica Ceca, otre a Romania e Bulgaria. Il fallimento dell’euro non ammette dubbi, a meno di non leggere la realtà con le lenti deformate di un preconcetto fideistico.

La Francia ha imposto l’euro alla Germania, requisendo il marco sotto la fattispecie dell’euro come moneta unica. La Germania era contraria allo scambio marco-euro. C’è in questo senso un’inconfutabile testimonianza di Kohl. In un’intervista a un giornalista tedesco, pubblicata dopo la scomparsa del cancelliere, sul britannico Telegraph, Kohl dice: “Nell’imporre l’euro mi sono comportato come un dittatore … Se i tedeschi avessero potuto scegliere con un referendum, la moneta unica non sarebbe mai stata adottata dalla Germania … Sapevo che non avrei mai potuto vincere un referendum … Questo è abbastanza chiaro: avrei perso sette a tre” (Helmut Kohl: “I acted like a dictator to bring in the euro” – The Telegraph, 09 Apr 2013).
Si trattò, in sostanza, di un successo lungamente accarezzato dalla Francia. Una vittoria di Pirro?
 

4.     La crisi dell’eurozona è un dato di fatto. Ma questo non significa che la sua storia volga alla fine. Una larga parte delle classi dirigenti – dalla finanza alla grande industria, alle professioni, all’alta burocrazia, fino ai ceti abbienti che possono avvantaggiarsi dei bassi tassi d’interesse per la speculazione finanziaria e immobiliare – è risolutamente interessata alla difesa dell’euro. E dovremmo stupirci del contrario. La cattedrale dell’euro ha una sua religione con forti radici, trattandosi della fede nelle virtù del mercato, il più possibile libero dalle interferenze dello Stato. Il fatto che i suoi pilastri siano gravemente lesionati non significa che siamo alla vigilia di un crollo. 

Ma se invece di cercare di fare previsioni, che gli imprevisti come la Brexit s’incaricano di smentire, rimaniamo ai fatti come oggi si presentano, possiamo constatare che l’euro vive una condizione di precarietà, di incertezza, di perdita di consenso popolare - e questo ha pure qualche valore in una normale democrazia.

La crisi dell’euro è anche la crisi dei governi che ne sono stati i principali artefici. Nelle elezioni del maggio scorso in Francia, la somma dei voti espressi nel primo turno elettorale  per il  l Fronte nazionale, per  la “France insoumise” della sinistra di Mélenchon e per alcuni partiti minori, in vario modo opposti all'euro, ha leggermente superato la metà dei voti espressi. Poi, l’ipermaggioritario sistema elettorale ha dato a Macron, contrapposto a Marine Le Pen -  come 15 anni prima si era verificato per Chirac contrapposto a Jean-Marie Le Pen -  una sufficiente maggioranza parlamentare.

La Spagna è guidata dal governo di minoranza Rajoy, sostenuto dall'astensione del Partito socialista, che paga un alto prezzo per la sua scelta, dividendosi all'interno e vedendo crollare il consenso popolare, che ne aveva fatto il principale partito nella Spagna post-franchista, mentre abbiamo visto avanzare Podemos che potrebbe scavalcarlo alla prossima tornata elettorale.

L’Italia si accinge alle elezioni della prossima primavera con quella che oggi appare come la sola certezza: l’impossibilità di formare un governo sostenuto da una stabile maggioranza. Un futuro aperto a tutte le incognite. Un referendum sull’euro non è consentito dalla Costituzione, ma è significativo che i sondaggi d’opinione di Eurostat forniscano periodicamente risultati oscillanti intono al 50 per cento rispetto a un’ipotesi di uscita dall’euro. Sono lontani tempi, quando, nella sua fase nascente, il consenso per l’euro oscillava tra l’80 e il 90 per cento.

Quale che sia il punto di vista - il profilo economico e sociale o il consenso popolare -  la grande avventura della moneta unica si è rivelata fallimentare. L’aspetto più grave è che il virus dell’euro ha contagiato il grande edificio dell’Unione europea, rischiando di rovesciarlo.
 

5.     I pronostici sul futuro del’euro e dell’UE sono soggetti a molti imprevisti, com’è stato il caso della Brexit. Ma nascondere la realtà dei fatti rischia di essere un esercizio non solo futile ma nocivo. Quali che siano gli ostacoli formali, non vi è dubbio che una maggioranza di governo democraticamente eletta - e non si può escludere che ciò si verifichi in uno o più paesi dell'eurozona - possa aprire falle più importanti di quanto non sia stata la Brexit. Ma anche questo fa parte degli imprevisti, dei quali si può discutere, per definizione, dopo che si siano verificati, non prima.

Ciò che i partiti e i movimenti di opposizione o le correnti non fondamentaliste al loro interno non possono non fare è prendere atto e discutere apertamente della realtà così com’è,  e non come si immaginava che potesse essere. Dichiarare che il re è nudo è la via maestra per salvare l’Unione europea prima che cada vittima della crisi dell’euro.

Questo non significa la cancellazione dell’euro. La Germania può conservarlo, come controfigura del vecchio marco, circondata da un corteo di satelliti che lo condividono. (Ci sono già oggi paesi che utilizzano l’euro senza far parte dell’eurozona e tanto meno dell’Unione europea).

Gli altri paesi potrebbero porsi l'obiettivo di ridare forza e prestigio all’Unione europea, tornando ad adottare un principio di solidarietà economica, come a lungo si espresse, e ancora oggi in parte si esprime, attraverso accordi monetari che fissino la fluttuazione dei cambi entro margini concordati - accordi che hanno accompagnato la crescita e la stabilità dell'Unione Europea, prima del passaggio all'euro.

Rilanciare l’Unione europea, affrancata dal laccio strangolatore dell’euro, dovrebbe essere il nuovo compito degli europeisti. Non è difficile. La difficoltà è in una sorta di incantesimo che vieta di discuterne apertamente, senza il rischio di passare per “populisti", una qualificazione tanto generica quanto di successo nella grande stampa, per mettere alla gogna chiunque osi sollevare dubbi o ragionevoli critiche nei confronti dell’establishment europeo

Dare nuova vita all'Unione europea, rafforzarne i principi di democrazia e solidarietà, che ne furono alla base, dovrebbe costituire il nuovo compito dei sostenitori  di una rinnovata unità europea.

Antonio Lettieri

Editor of Insight and President of CISS - Center for International Social Studies (Roma). He was National Secretary of CGIL; Member of ILO Governing Body, Member of the OECD's Trade Union Advisory Council and Advisor of Labor Minister for European Affairs.(a.lettieri@insightweb.it)- http://antoniolettieriinsight.blogspot.it/

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