L'Università diventa più povera

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Uno dei lavori più impegnativi, delicati e importanti – sia per chi l’esercita, sia per chi apprende,  è l’insegnamento scolastico.Ma i Governi  ne mortificano gli strumenti essenziali: scuola e ricerca.

Non è una novità – ricomparsa però nei giorni scorsi – che la media dei laureati italiani sia bassa rispetto ad altri Paesi europei. E quella dei laureati al Sud più bassa rispetto al Nord. Sono dati noti da tempo e invariati. Certo la statistica, privilegiando il dato quantitativo, non può chiarirne le cause, né parlare delle misure governative degli ultimi decenni per invertire la rotta

. Qualche semplice commento: non tanto originale quanto utile a focalizzare un difetto di fondo del sistema educativo e formativo italiano “nel suo insieme”. Perché “educazione” e “formazione” costituiscono un “sistema”, da trattare nella sua complessità. Partendo cioè dalla “scuola dell’obbligo”, passando per la “scuola secondaria”, arrivando all’università. In realtà il sistema educativo-formativo è circolare. Università e ricerca ben congegnati producono bravi docenti e formatori: sia per l’università sia per la scuola. Se la scuola ha bravi insegnanti, produce studenti all’altezza dello studio universitario fino alla laurea: non titolo di carta, ma attestazione di merito.

Laureati preparati per lavori coerenti col titolo conseguito: concorsi pubblici – migliorando così l’apparato burocratico – o impieghi aziendali d’alto livello; oppure carriera universitaria. O infine, e mai per ripiego, formazione di nuove generazioni coll’insegnamento scolastico. Ci guadagnano la società civile e la politica. 

Uno dei lavori più impegnativi, delicati e importanti – sia per chi l’esercita, sia per chi apprende, sia per l’etica (pubblica e privata) è l’insegnamento scolastico. Che però i Governi non riconoscono e pagano poco. S’esalta l’illustre retaggio culturale italiano e se ne mortificano gli strumenti essenziali: scuola e ricerca. La “scuola dell’obbligo” s’arresta ai primi otto anni di formazione dei ragazzi, dei quali molti non frequentano la “scuola secondaria”, formativa degli adolescenti fino alla maturità. Talvolta si parla d’alzare a diciotto anni l’obbligo scolastico. Ottima idea: annunciata e mai realizzata.

Così attualmente i giovani che s’iscrivono all’università vi arrivano in genere impreparati (non tutti per fortuna). Di chi la colpa? Evidentemente della scuola. Ma se, come ho detto, sono le Facoltà universitarie a formare gl’insegnanti delle scuole, il cattivo funzionamento dell’Università si ripercuote sull’impreparazione degl’insegnanti della scuola (primaria e secondaria). Perciò, tra gli altri danni della mortificazione dell’Università, c’è pure l’impreparazione degli aspiranti all’insegnamento scolastico.

Da dove cominciare per raddrizzare l’intero sistema ripensandolo? Purtroppo i Governi non considerano la scuola un pilastro della società: fucina d’intelletti per la civilizzazione. Credono più proficuo (per loro) dare abilitazioni, fare graduatorie e immettere confusamente nei ruoli senza andare per il sottile. Figuriamoci che succederà coll’autonomia regionale differenziata, che al Nord vuole fagocitare anche la scuola.

Altrettanto innegabile è il declino dell’università italiana, forse inarrestabile.  Eppure dai nostri Atenei escono tanti laureati eccellenti – tra cui ottimi docenti nella scuola – a dimostrazione che talenti e intelligenze individuali emergono da qualsiasi contesto superando ogni ostacolo, magari a scapito dell’eguaglianza nell’ascensore sociale.  

Senza senso allora è il dato quantitativo dei laureati: la loro qualità conta più della quantità. Ma, a tal fine, quali sono le iniziative concrete del Governo? Per ora le leggi su istruzione e università cambiano il nome di scuole e corsi di studio, lasciando inalterata la sostanza. Qualche esempio.

Ultimamente s’è aggiunto il “merito” all’etichetta del Ministero dell’Istruzione. Ma quale intervento organico di riforma complessiva valorizza effettivamente il merito? Analogamente, una diecina d’anni fa si cambiò il nome delle “Facoltà” chiamandole “Dipartimenti”: con quali effetti, oltre all’aumento del burocratismo? Solo razionalizzare per abbassare i costi. Prova ulteriore della trascuratezza di scuola e università. Del resto l’ultima misura del Governo è la sottrazione di circa seicento milioni al finanziamento dell’università.

Infine, “ciliegina sulla torta”, il boom delle università private, specialmente delle “telematiche”, incentivate dal Governo. Non parlo delle università private d’indubbia tradizione e serie: come la Bocconi e la Cattolica di Milano (e Roma); la LUISS di Roma; la Suor Orsola Benincasa di Napoli. Parlo di quelle improvvisate, specie telematiche. Si stenta a credere che si possa offrire una formazione – in prevalenza “da remoto” – all’altezza degli standard minimi culturali e professionali. Chissà, forse coll’intelligenza artificiale si potrà abolire totalmente l’università. Per ora, parificate laurea statale e laurea telematica – guadagnata spesso sorvolando sul merito – l’università pubblica s’impoverisce e l’università telematica s’arricchisce. Così il Governo potrà dire d’aver aumentato il numero dei laureati. Povera Italia!     

[Editoriale del Corriere del Mezzogiorno, a 21 luglio 2024]

Mario Rusciano

Professore Emerito di Diritto del lavoro, Università di Napoli Federico II.