Lo stato dell'Unione

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Trump ha costituito una minaccia alle istituzioni e alle garanzie democratiche, ma restano aperti i problemi della democrazia statunitense con il rilancio di una politica centrista, pericolosamente neoliberista.

Non è ancora finita! La tempesta non si placa. Donald Trump si attribuisce il merito dell'annuncio di nuovi vaccini e si predispone a ritirare il grosso delle truppe dall'Iraq e dall'Afghanistan, come promesso nel 2016, mentre il rischio di altri atti aggressivi, che coinvolgono l'Iran, sono destinati a crescere. La vittoria elettorale di Biden sembra ormai assicurata, anche se, come noto, il segretario di stato, Mike Pompeo, ancora pochi giorni fa, non ha esitato a dichiarare: "Vi sarà una fluida transizione verso una seconda amministrazione Trump".


Eppure, il ministro della giustizia di Trump, Brady, e il capo gruppo della maggioranza repubblicana al Senato, McConell, rilasciano dichiarazioni che danno per scontata la regolare elezione di Joseph Biden. Addirittura, un funzionario dell'amministrazione repubblicana della Georgia di nome Gabriel Sterling chiede pubblicamente al Presidente di dissociarsi dalle minacce di morte che suoi fanatici sostenitori hanno fatto pervenire a persone che hanno contribuito a certificare la sua sconfitta nello stato.

Per comprendere cosa è in atto negli Stati Uniti (e, di riflesso, da noi), a un mese dalle elezioni presidenziali, concentriamoci sull'essenziale, occultato dai grandi media, per manipolazione o per semplice ignavia. Nelle principali democrazie occidentali e altrove, poche centinaia di persone posseggono una quota che varia dal 40 al 50% della ricchezza; i poverissimi restano tali con ulteriori danni derivanti dalla pandemia; tutti gli altri, la grande maggioranza dei cittadini elettori, continuano a perdere potere economico ed anche politico, in proporzione ai propri introiti ed averi.

Quell'1 per cento , che non è nemmeno tale, deve garantirsi uno status quo che non sia turbato dalla politica attraverso istituzioni, altrimenti dette democrazia, che continuano ad esistere, se non proprio a funzionare, e che potrebbero costituire strumento di emancipazione di maggioranze avverse. Perché ciò non avvenga, esse devono restare divise ed essere occupate da partiti e persone che, in vario modo, non abbiano volontà o velleità di maggiore eguaglianza popolare, raggiungibile attraverso misure fiscali progressive, ricerca di modelli di sviluppo ecocompatibili, rafforzamento dello stato sociale, riduzione delle spese militari.


Tanto per fare alcuni esempi che possono essere tratti dalle encicliche di Papa Francesco, oltre che dal pensiero di economisti quali Thomas Piketty, Joseph Stiglitz, Mariana Mazzucato e persino da politici quali Bernie Sanders e Jeremy Corbyn (purtroppo, almeno per ora, mancano nomi italiani di riferimento). Tale obiettivo, chiamiamolo conservatore, viene perseguito in due modi. Il modello prevalente negli ultimi decenni è stato quello di governi neoliberisti, diversamente sfumati, di centro-destra o di centro-sinistra, con il comune rispetto per l'economia nella sua attuale configurazione, addomesticabili con la forza del denaro, attraverso finanziamenti illeciti o anche legali, meglio se ingenti per coloro che ne usufruiscono - si calcola che la campagna elettorale che si è appena conclusa negli Stati Uniti sia costata oltre $14 miliardi -, irrisori per coloro che tengono i cordoni della borsa.

La proprietà dei principali media può fare il resto, elargendo o negando carote in forma di visibilità ai contendenti, mentre apposite lobbies somministrano pressioni settoriali. La candidatura di Joe Biden appartiene a questo primo modello, anche se deve fare i conti con una sinistra agguerrita all'interno del suo partito che ha avuto il merito di convincere il proprio elettorato prevalentemente giovanile a partecipare al voto, in nome del male minore. Effettivamente tale, perché la ricandidatura di un Trump ha costituito una minaccia alle istituzioni e alle garanzie democratiche, in una gara all'ultimo voto, a scapito di sondaggi d'opinione che, ancora una volta, si sono rivelati previsioni che non sono riuscite ad autoadempiersi. Non è un caso che la borsa non soltanto statunitense abbia subito festeggiato la vittoria di Sleepy Joe che, come ciliegia sulla torta, dovrà fare i conti con i contropoteri di una Corte Suprema iperconservatrice e, salvo sorprese nelle due elezioni suppletive in Georgia, con un Senato a maggioranza repubblicana, a scanso di concessioni eccessive nei confronti di una sinistra che non si perita di definirsi socialdemocratica.

Nello stesso tempo, Donald Trump ha adempiuto e tuttora adempie al suo ruolo di secondo modello politico a disposizione dei poteri vigenti. Come i suoi omologhi europei (Le Pen e Meloni, tanto per citare due nomi), egli ha svolto il compito essenziale di dividere la maggioranza dei cittadini che avrebbero interesse a modificare, se non a sovvertire, quei poteri. Lo ha fatto fomentando ogni possibile guerra tra poveri e meno abbienti, facendo tesoro della ferocia di coloro che, come nella Germania di Weimar, si vedono privati di una condizione piccolo borghese faticosamente acquisita e che, prigionieri della loro (in)cultura, non si accorgono che il loro Gauleiter globale nulla ha fatto per salvaguardare i loro interessi materiali, invece garantiti ai loro (ex)padroni con un ulteriore taglio alle aliquote più alte di tassazione.

Non vorrei avere buttato troppa acqua sui fuochi, non tutti fatui, suscitati dalla vittoria elettorale di Joe Biden e di Kamala Harris. Il nostro presidente del consiglio, debitamente redarguito da "La Repubblica" (cfr. Stefano Folli, 4.11), ha fatto precedere le sue felicitazioni al presidente eletto con quelle rivolte "al popolo americano e alle sue istituzioni per l'eccezionale affluenza, di democratica vitalità.". La vera buona notizia consiste, infatti, nella capacità dimostrata di società ed istituzioni statunitensi di sostituire un presidente oggettivamente sovversivo, contenendo tensioni senza precedenti, attraverso uno scontro elettorale autenticamente democratico.

Malgrado le manchevolezze del meccanismo elettorale vigente, le accuse di brogli continuano a rivelarsi inconsistenti. Si profila la possibilità di salvare vite umane da una pandemia in crescita globale. La volontà di tornare nell'Organizzazione Mondiale della Sanità, nell'alveo del sistema multilaterale è un segnale importante da parte del presidente eletto. Tuttavia, anche se sconfitti, i Trump e i Le Pen servono a costringere forze alternative progressiste ad accettare il vecchio modello liberista; a votare i candidati che lo servono, come mali minori. Con la capacità residua, nel medio periodo, di continuare a costituire un pericolo per la democrazia, contribuendo alla diffusione di un modello autoritario che in anni recenti ha conquistato grandi paesi quali l'India e il Brasile, mentre si profila l'egemonia mondiale della Cina, ove oligarchia finanziaria e politica coincidono, senza le discrepanze che tuttora offrono spazi di innovazione democratica in tutto l'Occidente e rendono essenziale l'impegno per un'Europa più integrata.

In questo contesto non sfugge il senso profondo della dichiarazione di un Pompeo, in rappresentanza di oltre 70 milioni di elettori che non hanno dato alcun segno di deporre le armi. Gli ha risposto Bernie Sanders su Twitter: "No, segretario Pompeo. Non ci sarà una transizione verso un secondo mandato Trump. La gara si è conclusa. Joe Biden sarà il nostro prossimo presidente. Come può predicare rispetto della democrazia e della volontà popolare ad altri governi se lei stesso non ha la decenza di farlo?".

Se l'insediamento di Biden non appare più a rischio, restano aperti due giganteschi problemi della democrazia statunitense e, di riflesso, anche nostri. Anche solo leggendo i giornaloni di casa nostra, il rilancio di una politica centrista, pericolosamente neoliberista, di cui Biden ha sicuramente beneficiato, è sotto gli occhi di tutti. Mentre il piano B o secondo modello della minoranza finanziaria dominante, rappresentata dai Trump, dalle Le Pen, dai Salvini sono relegati ai margini della politica istituzionale, restano utili, soprattutto negli Stati Uniti, come arma di ricatto nei confronti degli attuali governanti occidentali, Biden compreso.

Ne consegue che i "have nots", la maggioranza crescente di coloro che avrebbero interesse a sovvertire gli equilibri politici esistenti, resta divisa tra i due schieramenti contrapposti di cui sono prigionieri. La diseguaglianza crescente, accentuata dalla pandemia, non trova rappresentanza se non minoritaria negli Stati Uniti e nel Regno Unito - i Sanders, le giovani deputate congressuali, Corbyn e i giovani britannici di "Momentum", bersagliati dall'attuale dirigenza Labour - ed è appena abbozzata in Europa. In secondo luogo, negli Stati Uniti, dove l'attenzione si è spostata sulle due corse senatoriali in Georgia che avrebbero la possibilità di assicurare ai Democratici una risicata maggioranza al Senato, la fragilità dei meccanismi elettorali e democratici rivelate dalle recenti elezioni presidenziali rischiano di cadere nel dimenticatoio. Anche perché, tutto sommato, fanno comodo agli apparati dei due partiti.

Un primo e principale esempio è quello di un sistema dominato dal denaro. Ripeto. Oltre 14 miliardi di dollari sono una cifra colossale per i contendenti. Lo è ancora di più il miliardo che sarà speso per la corsa senatoriale in atto nella sola Georgia. Ma ciò che ancora più preoccupa è che la corsa al denaro sia considerata normale; addirittura, legittimamente parallela a quella elettorale. E che nessuno, neanche la sinistra che si limita a contrapporre ai grandi "donors" i piccoli versamenti dei loro sostenitori, sollevi il problema dei costi della politica, intimamente legati a quelli della pubblicità televisiva (positiva e negativa), che pone ogni candidato, non importa a quale livello istituzionale, alla mercé dei grandi "donors" dell'industria e della finanza.

Mi spiego con un ricordo personale. Quando presiedevo la Commissione esteri del Senato, ospitammo una delegazione di senatori statunitensi. Come si usa in queste occasioni, Barbara Boxer, allora senatrice di spicco della grande California, mi chiese quale fosse, in quei giorni, il nostro principale impegno legislativo. Quando le risposi che stavamo per approvare la legge sulla c.d. Par Condicio, che vietava la propaganda elettorale televisiva a pagamento, la collega californiana mi disse: "Non mollate! Ne va della vostra democrazia. Per essere rieletta, ogni giorno io devo assicurarmi versamenti di almeno 52 milioni di dollari. Rischio di fare poco altro. E, per assicurare la mia integrità politica e personale, devo bilanciare ogni grosso contributo con una somma analoga di segno opposto. Se accetto soldi filoisraeliani negli ambienti di Hollywood, devo trovarne altrettanti di provenienza araba, filopalestinese. A tutti devo garantire accesso privilegiato alla mia persona, quando fossi in carica.".

È passata una ventina di anni e il problema denunciato dalla Boxer si è aggravato. Purtroppo la fragilità di quella democrazia elettorale è principalmente, ma non soltanto questa. Regole e meccanismi elettorali che variano di stato in stato, addirittura di contea in contea, code davanti ai seggi determinate dalla loro scarsità in un solo giorno feriale, voti per corrispondenza della cui opinabilità le contestazioni trumpiane hanno cercato di approfittare, gestione della registrazione al voto in mancanza di un'anagrafe, regole diversificate nel funzionamento dei collegi di grandi elettori, determinanti ai fini dell'esito delle elezioni presidenziali, costituiscono altrettanti problemi che rendono la più antica democrazia anche una delle più fragili, in un mondo in rapida trasformazione e crescente tensione.

Gian Giacomo Migone

President, Foreign Relations Committee of the Senate, Republic of Italy, 1994-2001; former professor of U.S. History, University of Torino

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