La dura lezione di Ken Loach

Sottotitolo: 
Oggi colpisce la pigra credenza che il deficit di condivisione sociale e lo spaesamento di moltitudini di uomini e donne siano destinati a sparire, sciogliendosi come neve al sole.

Pochi giorni fa  ho visto in un cinema della mia città l’ultimo film di Ken Loach: Sorry we missed you. Gli spettatori, numerosi, avevano un’età media intorno ai 60 anni. Al termine dello spettacolo, la sala si è svuotata in fretta nel più assordante dei silenzi. Anch’io, come se fossi stato in debito di ossigeno, desideravo soltanto riprendere a respirare. La visione di un docu-film che fa parlare con ritmo incalzante la nuda realtà, senza mediazioni né manipolazioni, aveva tolto il fiato a tutti.

Tutti erano pensosi. Ma, più che  sconvolti, parevano avviliti. E ciò perché la micro-storia di densa drammaticità che avevano visto li riguardava in qualche modo. Chissà quanti di loro erano da un pezzo assidui utilizzatori dell’e-commerce; ma ignoravano che dietro le quinte succedesse quel che avevano visto; e non tanto per insensibilità o superficialità quanto piuttosto perché è entrato nel costume quotidiano servirsene. Quando hanno saputo, si sono indignati.

Il titolo del film non è che la riproduzione del messaggio usualmente lasciato nella buca delle lettere dai corrieri inglesi quando non trovano nessuno nella casa dove consegnare la merce: grosso modo significa “Scusate, non ci siamo trovati”. Quella del corriere, per l’appunto, è la professione che il quarantenne Ricky decide di intraprendere dopo un’esperienza di mini-job (dall’idraulico al muratore, al giardiniere). Per poter iniziare la nuova attività, che gli prospettano redditizia, vende il veicolo col quale Abby, la moglie legata ad un centro di servizi sociali con un contratto “a zero ore”, si reca nelle abitazioni di anziani fuori di testa e di disabili di cui è la badante.

Col denaro ricavato dalla vendita compra un furgoncino per le consegne a domicilio. Consegne che effettua come driver freelance in base ad un contratto che gli permette di lavorare (come scandisce il boss durante la trattativa precontrattuale) non già “per”, bensì “con” la ditta di spedizioni: “Tu vieni a bordo, sei con noi”. Come  dire: anche tu fai impresa. Il lavoro però si rivela subito massacrante. Non procura soddisfazione alcuna. Dà ossessione; punto e basta.

Credeva di divenire padrone di se stesso. Viceversa, si rende conto di essere ancora lo schiavo che era: schiavo del bisogno di sopravvivere.  Il suo è un lavoro dove ogni secondo trascorso nel caotico traffico cittadino può essere sofferenza o pericolo e ogni minuto di ritardo si paga. Dove è indispensabile tenersi a portata di mano una bottiglia di plastica in cui orinare per non perdere tempo. Dove non c’è nulla di garantito e qualsiasi incidente è a carico della vittima (a Ricky una banda di teppisti ruba gli oggetti che trasporta e spacca il tablet che ne controlla la tempistica)..

 Inevitabilmente, gli effetti dello stress ricadono sui rapporti con la moglie e i figli adolescenti. Una svelta undicenne che fa la pipì a letto perché non riesce a reggere la crescente nevrosi che guasta il clima familiare e un turbato quattordicenne che marina la scuola perché prevede  che il diploma non gli eviterà di condividere il destino di un perdente come il padre.“Che cosa ci stiamo facendo?”, mormora Ricky rivolgendosi ad Abby quando il film si avvicina all’angosciante finale senza concedere spazio alla speranza che la situazione migliorerà.   

L’avevo già provata la sensazione di straniante disagio che ho cercato di descrivere all’inizio. L’avevo provata negli anni ‘50 vedendo film come il verista La terra trema di Luchino Visconti, il neo-realista Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, l’infernale Vite vendute [1] di Henry-Georges Clouzot. Stavolta, però, mi ha afferrato in compagnia di uno scomodo interrogativo che allora non ero nemmeno in grado di ipotizzare: mi a sollecitato a chiedermi in quale misura l’amaro racconto del grande regista inglese non finisca per coinvolgere la responsabilità del ceto professionale cui appartengo da mezzo secolo.  

I giuristi del lavoro, segnatamente quelli della mia generazione,  svolgono un mestiere che in passato li portò a condividere involontariamente un pregiudizio favorevole al contratto la cui regolazione lo ha gradualmente trasformato nell’alloggio socialmente più desiderato dell’aspettativa di godere dell’insieme di beni (come garanzia del reddito, prospettive di carriera, certezza della pensione) cui rimanda la nozione di stabilità occupazionale non solo nella pubblica amministrazione.

Anzi, quando iniziai gli studi in materia erano in molti a pensare che la tendenza espansiva del diritto del lavoro dipendente – apparentemente destinata a non invertirsi mai – fosse trascinata da un favor iuris per la classificazione dei contratti in cui è dedotto un facere nella categoria della subordinazione. Era l’epoca in cui tutti ritenevano che il pieno impiego fosse realizzabile. Non diversamente, la giurisprudenza relativa alla qualificazione di rapporti di lavoro controversi era percorsa dall’idea che la subordinazione funzionasse da magnete capace di calamitare e attrarre in una categoria astrattamente unitaria tutti i contratti di lavoro in essere.

Da molto tempo, invece, nessuno aderisce più a questa concezione troppo semplificata. Tutti si rendono conto della necessità di rifiutare una logica estremizzante e  ri-orientarsi. La subordinazione sfuma nell’autonomia, e viceversa. Insomma, non è tutto bianco o tutto nero: prevale il grigio. Ma la confusione è grande. Per questo, come forse qualcuno ricorda, ad un certo punto manifestai il sospetto che sarebbe stato opportuno invocare il dio che sa guardare, simultaneamente, avanti e indietro. Ero certo che, se Giano ci avesse ascoltato, ne avremmo ricevuto in dono l’attitudine a non dimenticare il passato e, al tempo stesso, scrutare con attenzione il futuro. Si direbbe invece che finora nessuna divinità è venuta a soccorrerci.

Eppure, siamo di fronte ad una trasformazione paragonabile, per entità e radicalità, a quella cui diede origine il sistema produttivo che si sarebbe perfezionato col fordismo e da cui trassero origine gli istituti giuridici che ne costituirono la sovrastruttura servente. Infine, quanto al sindacato, aveva ragione Vittorio Foa: “il sindacato”, disse un giorno conversando con Andrea Ranieri [2], “non vede come soggetto il lavoro in generale, ma piuttosto un determinato tipo di lavoro: il lavoro salariato tradizionale”. Era il 4 febbraio 2000.

La micro-storia di Ricky si sviluppa nel contesto generato dalla deflagrazione che ha investito un intero settore del sistema normativo negli ultimi 25-30 anni. La deflagrazione è annunciata da un corpus di provvedimenti legislativi che hanno disegnato una galassia di contratti di lavoro variamente qualificabili ognuno dei quali è caratterizzato dalla debolezza delle tutele spettanti al lavoratore. In conseguenza della frantumazione del più novecentesco dei diritti, quello che dal lavoro aveva preso il nome, la figura del contratto di lavoro dipendente – stabile, a tempo pieno e indeterminato –  ha perduto il primato e la centralità che nella seconda metà del Novecento ne facevano una specie di stella cometa. Persino l’arcaica locatio operis di cui si serve quello che in Italia chiamiamo il popolo delle partite-Iva simboleggiato da Ricky ha riacquistato un’inaspettata agibilità.

In tutto questo c’è parecchio dejà-vu. Anche se in termini rovesciati. L’industrializzazione aveva infatti sprigionato una travolgente coercizione di segno opposto. Nel giro di pochi decenni, essa si sarebbe tradotta nel principio enunciato dal nostro codice civile tuttora vigente: “il contratto di lavoro si reputa a tempo indeterminato, se il termine non risulta dalla specialità del rapporto o da atto scritto”. Ad ogni modo, la maggiore differenza tra la coercizione dalla prima modernità e quella attuale non risiede nel fatto che la seconda disunisce ciò che la prima compattava. Piuttosto, risiede nel fatto che, mentre la coercizione deflagrante è stata promossa e viene assecondata (se non anche incentivata) dalla legge, la costrizione uniformante si dispiegò attraverso la spontanea trasgressione generalizzata di un divieto legale.

Codificato quando era ancora fresco il ricordo del perché era stata  assaltata la Bastiglia, era il divieto  di obbligarsi ex contractu a “svolgere la propria opera all’altrui servizio”  senza limiti di durata. Oggi, nello storico divieto non si vede che un segmento del gigantesco processo di sviluppo dell’emancipazione giuridica dell’homme de travail dell’Europa moderna che, con l’abolizione dei preesistenti vincoli feudali, si avvia ad ottenere la cittadinanza sociale e politica.

Quando venne statuito, invece, impressionò la penalizzazione che infliggeva al nascente sistema industriale. Quest’ultimo richiedeva una manodopera massificata in strutture gerarchizzate, addestrabile alla regolarità dei ritmi della produzione di serie, disponibile a identificare il proprio interesse in quello dell’impresa come valutato dal titolare della stessa e, sempre nel segno di questo superiore interesse, licenziabile a costo-zero o a modico costo. Insomma, l’industria era vitalmente interessata ad assunzioni sine die. Per questo, la dissoluzione del solenne divieto si presentava con la naturalezza di un movimento tellurico. Oltretutto, più benefico che minaccioso, malgrado le apparenze.

La sua iniziale indesiderabilità, infatti, cessò quando si cominciò a capire che la prospettiva occupazionale aperta dall’avvento dell’industria era la sola in grado di soddisfare una domanda di sicurezza in aumento via via che appariva pressoché impossibile guadagnarsi da vivere se non lavorando  all’altrui servizio. Tant’è che, proprio il consolidarsi della percezione che il contratto di lavoro dipendente a tempo pieno e indeterminato era la sola scialuppa di salvataggio porterà l’homme de travail a reclamare garanzie d’inaffondabilità del natante, pretendendo meccanismi di difesa contro il rischio di essere licenziato ad nutum.  Il che testimonia che il nuovo ordine è stato fertilizzato da quote di consenso collettivo-sindacale. Oggi, per contro, sebbene il non poter fare il medesimo lavoro a tempo pieno per tutta la vita e nel medesimo luogo sia traumatizzante quanto lo è stato per generazioni di artigiani il non poter lavorare se non “sotto padrone”, colpisce la pigra credenza che il deficit di condivisione sociale e lo spaesamento di moltitudini di uomini e donne siano destinati a sparire, sciogliendosi come neve al sole.

Se fino a ieri ad un sistema produttivo rigido corrispondeva un diritto provvisto di altrettanta rigidità, si pensa e si dice anche negli ambienti frequentati dagli operatori giuridici , alla lean production corrisponderà un diritto altrettanto snello; ecco tutto. E ciò perché l’attuale Grande Trasformazione si concluderà come quella precedente, ossia con una giuridificazione di regole del lavoro alternative e, ciononostante, socialmente desiderabili. Come dire che nel ceto degli operatori giuridici prevale un atteggiamento di attesa. Si attende che finisca il colossale processo di mutazione antropologico-culturale in atto da cui sbucherà un nuovo tipo di lavoratore e di uomo.   

E’ convincente questo ragionamento? Può essere sufficiente la presa d’atto che la storia non si può esorcizzare?

Dopotutto, la storia ci parla soltanto di un tramonto della forma di lavoro che è stata egemone e non può più esserlo. Mentre ciò che molti  hanno in mente è altro. In effetti, se il  lavoro umano è ridiventato culturalmente insignificante nella stessa misura in cui era stato mitizzato come mezzo di riscatto, ciò dipende non tanto dalla sua diminuita indispensabilità nel mondo della produzione quanto piuttosto dal trionfo di ideologie che esaltano la libertà dell’agire economico in vista della massimizzazione del profitto.

Senza dire, poi, che il problema non è solamente il lavoro che cambia. E’ anche e forse soprattutto il lavoro che mancaNon più congiunturale, la disoccupazione rischia di trasformarsi in un dato strutturale. “Se hai voglia di lavorare, un posto lo trovi sempre”, è il colpevolizzante quanto falsamente moraleggiante monito indirizzato  ai due milioni e mezzo (pari ad un quarto della popolazione compresa tra i 15 e i 29 anni e ai pari al 24% dei coetanei) di NEET. I Not in Education Employment or training non studiano. Non hanno lavoro né lo cercano. O hanno smesso di cercarlo, scoraggiati da paghe troppo basse o turni di 12 ore. 
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1. Altrettanto (se non più) significativo è il titolo originario della pellicola francese "Le salaire de la peur".

2..Foa e Ranieri, Il tempo del sapere, Torino, 2000, p. 16.

Umberto Romagnoli

Umberto Romagnoli, già professore di Diritto del Lavoro presso l'Università di Bologna. Membro dell'Editorial Board di Insight.

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