La difficile scommessa di Biden

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La profondità della crisi è stata ragione a favore del Partito democratico. I repubblicani non si rassegneranno alla sconfitta. La prima prova saranno le elezioni mid-term del 1922-

Le elezioni americane hanno avuto l’esito lungamente previsto con la vittoria di Joe Biden. Il fatto che Trump l’abbia caparbiamente contestata e che in alcuni stati l’esito elettorale sia stato sul filo del rasoio non muta lo scenario. Del resto non è la prima volta nelle elezioni americane. John Kennedy prevalse su Nixon per pugno di voti e, più recentemente, la vittoria di Bush fu giustamente contestata per il dubbio risultato in Florida.

L’aspetto più rilevante è, se mai, che nel quadro di una partecipazione senza precedenti nell’ultimo secolo, Trump ha visto aumentare i suoi voti rispetto al 2016, quando conquistò la presidenza, con un risultato di gran lunga al dì sopra delle previsioni che lo davano irrimediabilmente perdente. Motivare i voti conquistati da Trump con il paradigma del populismo non ha senso quando oltre settanta milioni di voti hanno continuato a premiare il candidato repubblicano.

Durante la presidenza di Trump l’America gli Stati Uniti hanno registrato una crescita elevata fino alla vigilia della pandemia. L’occupazione era cresciuta in generale e in  modo particolare per le donne. È un ‘opinione largamente diffusa che Trump avrebbe ottenuto il secondo termine, senza il catastrofico attacco della pandemia nella primavera del2000 di fronte alla quale Trump si è dimostrato inetto e autopunitivo, negandone la portata, gli effetti economici e le conseguenze umane.

Ma ciò che ora conta è che la leva della politica americana è nelle mani di un presidente democratico nel mezzo della più grave crisi subita dell’America nel secondo dopo guerra  e non a caso, talvolta, considerata più grave di quella dei primi anni Trenta del secolo scorso. La quantità di voti ottenuti al di sopra di tutti i precedenti storici, è stato anche l‘effetto della massiccia  partecipazione al voto della massa di  elettori democratici che si erano  schierati con il rappresentante della sinistra democratica Bernie Sanders. Senza una straordinaria unità interna che ha consentito la più imponente partecipazione al voto che si ricordi, il partito democratico non avrebbe potuto vincere.

Biden, consapevole della necessità di conservare i voti della sinistra democratica non ha esitato a spostare l’asse della sua piattaforma programmatica verso sinistra  Non a caso tra le previsioni  vi è quella di Sanders al ministero del lavoro. Tuttavia non si tratta solo di trovare un equilibrio interno al governo. La ripresa non può essere fronteggiata con interventi tradizionali. La spesa pubblica diventa una componente essenziale, e I repubblicani, controllando il senato sono in grado di contrastare l’iniziativa del governo nel tentativo di sterilizzarne gli aspetti socialmente più rilevanti: dagli investimenti pubblici destinati alla ripresa dell’occupazione, alla spesa sanitaria, all’aumento del salario minimo orario a 15 dollari che deve essere tuttavia varato a livello dei singoli stati. Biden che ha una lunga esperienza parlamentare e di governo, come vice-presidente di Obama, quasi cinquantennale punterà a una linea di appeasement sperando di ottenere un atteggiamento moderato da parte repubblicana. Ma potrebbe essere una speranza vana senza una forte mobilitazione popolare che in altre occasioni è mancata alle presidenze democratiche.

Non a caso le vittorie elettorali del Partito democratico si sono spesso dimostrate fragili. Bill  Clinton vinse contro Bush padre, erede del reaganismo, alimentando grandi speranze di cambiamento. Ma furono rapidamente deluse. La politica economica, guidata da   Lloyd Bentsen,     ministro del Tesoro, e da Greenspan alla testa della Federal Reserve fu mirata alla riduzione del disavanzo e del debito accumulato dalle amministrazioni repubblicane. La conseguenza fu un rallentamento della crescita e un aumento della disoccupazione. La riforma sanitaria confusamente architettata da Hillary Clinton dovette essere ritirata. E, alle prime elezioni di mezzo termine, dopo appena die anni dall’insediamento di Bill Clinton, il Partito democratico perse la maggioranza in entrambi rami del  Congresso – ciò che non si era verificato da molti decenni. Robert Reich, espressione della sinistra democratica e ministro del Lavoro, abbandonò il governò dopo il primo mandato.

L’elezione nel 2008 di Barack Obama, che aveva vinto il confronto con Hillary  Clinton, fu ancora un successo democratico che alimentava grandi speranze di cambiamento. In quella che era considerata la più grave crisi economica e sociale del secondo dopoguerra dopo gli anni trenta decise un intervento pubblico significativamente  al di sotto delle indicazioni dei maggiori economisti americani di parte democratica, fra i quali Stiglitz e Krugman. Questo rallentò la ripresa e la lotta alla disoccupazione.

Riprendendo il tema della riforma sanitaria, cavallo di battaglia dei democratici dai tempi di Johnson, Obama si attestò su una via di mezzo, limitandosi all’estensione di Medicaid , l’assicurazione per i poveri e le famiglie meno abbienti,  con l’effetto di facilitare il compito ostruzionistico dei repubblicani e deludendo le attese della sinistra del partito che si era schierata per la universalizzazione di “Medicare”, l’assicurazione pubblica riservata alla popolazione di oltre 65 anni. Alla fine del primo biennio della presidenza i democratici persero la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e  videro drasticamente ridotta la rappresentanza al Senato.

Il Partito repubblicano, pur non mancando di divisioni interne, ha sempre ritrovato una sostanziale unità elettorale  sui temi  tradizionalmente coltivati dalla destra americana, come la riduzione delle imposte e della spesa pubblica, la piena liberalizzazione del mercato del lavoro, il contrasto all’immigrazione.  

La prima prova sarà  per Biden la rimarginazione delle profonde ferite lasciate dalla pandemia che si rifletteranno sull’occupazione e sulle condizioni di vita dei ceti medi, della classe operaia d degli strati più poveri. Se la sinistra del partito dovesse essere ancora una volta emarginata e il valore della grande mobilitazione popolare che ha consentito la vittoria democratica andasse dispersa, il successo del Partito democratico si mostrerà precario come altre volte è successo nel passato.

La fiducia riposta nella presidenza democratica è condizionata all’attuazione di una politica di profondo rinnovamento. L’esecuzione di una politica rinnovatrice non sarà in ogni caso priva di ostacoli. I repubblicani che conservano la maggioranza al Senato condurranno una polisca ostruzionistica puntata alla sconfitta democratica nelle elezioni di medio termine nel 2022. Se i democratici cederanno a una politica di compromesso che sacrifichi le ragioni del voto di massa che ha consentito la loro vittoria si avvieranno lungo la strada che hanno già sperimentato a loro danno in passato, perdendo la maggioranza conquistata col voto popolare nelle elezioni presidenziali.

La prima prova per la nuova presidenza sarà la rimarginazione delle profonde ferite lasciate dalla pandemia che si rifletteranno sull’occupazione e sulle condizioni dei ceti medi, della classe operaia e dei ceti poveri. Se la sinistra del partito sarà ancora una volta emarginata, se il valore della grande mobilitazione popolare che ha consentito la vittoria democratica sarà dispersa, il successo del partito democratico diventerà precario.

La consapevolezza della difficoltà della situazione che accompagna la vittoria elettorale, la straordinarietà della situazione, lo spirito pragmatico del nuovo presidente che ha cinquant'anni di esperienza politica ai vertici della politica americana, dovrebbero essere di ammonimento contro errori compiuti all’inizio di nuove, pur prestigiose, vittorie presidenziali. La storia dovrebbe ancora una volta essere di  insegnamento. Ma le esperienze passate mettono in guardia contro un ottimismo di maniera. E rendono incerte le previsioni che generalmente accompagnano il successo elettorale.

Antonio Lettieri

Editor of Insight and President of CISS - Center for International Social Studies (Roma). He was National Secretary of CGIL; Member of ILO Governing Body,and Advisor of Labor Minister for European Affairs.(a.lettieri@insightweb.it)

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