L’asse franco-tedesco agita la gabbia dell’Eurozona

Sottotitolo: 
I rischi di disentegrazione dell'eurozona in mancanza di un radicale cambiamento delle poltiche praticate nell'ultimo decennio.

La coppia franco-tedesca, sin dall’origine alla testa dell’Unione europea, e, in particolare dell’eurozona, o che in ogni caso ritiene di averne uno speciale diritto ha proposto l’impiego o di 500 miliardi di euro a sostegno dei paesi in diverso modo colpiti dal coronavirus. Per apprezzarne la portata e l’incidenza sulla crisi che attraversa una parte importante dell’Unione, fra cui l’Italia, ma anche la spagna e la Francia per citare solo i paesi maggiori, conviene allargare il quadro alla crisi che colpisce l’economia a livello generale.

Le conseguenze economiche della pandemia non fanno sconti, e coinvolgono aree del mondo fino a ieri considerati stabili con un elevato grado di crescita o, comunque, senza il tarlo sociale di un’elevata disoccupazione. E, improvvisamente sottoposti a un rovesciamento delle condizioni economiche e sociali, come in misura diversa si è verificato in particolare nell’eurozona. Gli esempi degli stati Uniti e del Giappone ci possono fare da guida.

1.   Negli Stati Uniti, la disoccupazione che si era collocala al livello più basso dell’ultimo mezzo secolo, ha raggiunto il 15 per cento della forza lavoro. Milioni di americani ricorrono a centri di distruzione di cibo in lunghe file spesso tentando di mascherare la loro identità per celare un senso di umiliazione. È il livello di disoccupazione più alto della storia americana dopo la Grande Depressione dei primi anni '30.

Non è perciò un caso che il governo intervenga con misure straordinarie. Trump aveva proposto un intervento di un trilione di dollari di spesa pubblica aggiuntiva. Ma il Partito Democratico ha imposto un intervento che supera i duemila miliardi, puntando ora, secondo la delibera della Camera dei Rappresentanti a tre trilioni di dollari – un ammontare prossimo al 15 per cento del reddito nazionale.

Il governo giapponese non è stato da meno deliberando una spesa pubblica straordinaria di un trilione di dollari, il venti percento del reddito nazionale, per far fronte alle conseguenze del coronavirus. L’equivalente nell’eurozona equivarrebbe a circa 2.500 miliardi di euro. E’ questo lo scenario nel quale si pone la proposta Merkel-Macron che punta alla distribuzione, a titolo di prestiti o di gratuità, 500 miliardi di dollari – proposta entrata sulla scena dell’Unione con grande fragore politico e mediatico, pur trattandosi, dal punto di vista economico, nel confronto con Stati Uniti e Giappone di briciole.

Ma non può esserne sottovalutato il significato politico. Tra poche settimane la Germania assumerà per il secondo semestre dell'anno la presidenza dell’Unione europea.  Angela Merkel si troverà al centro di una comunità di ventisette paesi che per ragioni spesso contraddittorie sono più una testimonianza di disunione che non di unione. Per di più ha difficoltà interne nel rapporto con la potente Corte costituzionale. E per Macron che ha inseguito sin dal suo insediamento all’Eliseo la riesumazione di un ruolo di grandeur di stampo velleitariamente gaullista, la proposta è altrettanto importante. Sotto questo profilo, rilancio della partnership franco-tedesca è un ancoraggio politico importante, indipendentemente dl significato economico dell’operazione.

In ogni caso i dioscuri riconquistano la scena. Ma non sarà facile.

2.  La mossa franco-tedesca è stata accelerata fino a mettere fuori  gioco il ruolo della Commissione euricora di Ursula von der Leyen che si proponeva di rimettere al centro della scena Bruxelles. Per molti versi l’accelerazione è dovuta al duro colpo inferto dalla Corte costituzionale tedesca al ruolo della Banca centrale europea finora crocevia della politica franco-tedesca.

La Corte di Karlsruhe ha, infatti, solennemente dichiarato nelle settimane, scorse che governo e il Parlamento tedesco devono bloccare, l’acquisto di titoli pubblici da parte della Banca centrale europea, oltre i limiti stabiliti dai principi di politica economica e fiscale dell’eurozona. Christine Lagarde, presidente della BCE, ha obiettato che la Banca centrale è tenuta a rispettare le regole della Corte di giustizia dell'UE e non le dichiarazioni della Corte costituzionale di uno stato membro.

In altre parole, la BCE non deve rispettare il cosiddetto criterio di "proporzionalità", in base al quale dovrebbe limitare l'acquisto di titoli pubblici degli stati membri. In sostanza, ciò che esige la Corte costituzionale tedesca è il ripudio della politica di "quantitative easing", seguita da Mario Draghi dopo il 2015, per mantenere in vita l'euro. Una svolta radicale giacché cade in una fase di crisi dirompente.

In ogni caso, è difficile, se non impossibile, per la BCE operare in una situazione di conflitto con la Bundesbank guidata dal falco Jans Weidmann, ora membro dell'organo di governo della stessa BCE dopo essere stato candidato alla sua presidenza, prima del compromesso Merkel - Macron con la nomina della francese Christine Lagarde. Compromesso seguito dall'elezione della von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, con un inequivocabile rafforzamento della coppia franco-tedesca a capo delle due maggiori istituzioni dell’eurozona.

Tutto ciò ha un aspro sapore di complicati tecnicismi, ma in termini elementari, è una corda al collo degli Stati membri particolarmente colpiti dalla crisi.  E’ un dato di fatto che l’euro stato salvato da Mario Draghi con l’adozione nel 2015 della poltica del Quantitative easing. Una misura considerata dalla maggioranza dei tedeschi non ortodossa, pressoché abusiva, ma che è valsa il finanziamento degli stati membri per l’ammontare di 2.200 miliardi euro nel giro di circa cinque anni. E l’euro è stato, infatti, salvato, sia pure in quadro di crisi inarrestabile dell'eurozona culminata con due anni di alternanza fra ristagni e recessione non solo in Italia ma addirittura in Germania.

E’ su questo sfondo che va giudicato la proposta dei 500 miliardi come argine alla crisi. Il divario con gli impegni assunti negli stati Unti e in Giappone dove i rispettivi governi con la spesa pubblica e le Banche centrali rispettive mettono in gioco migliaia di miliardi per fronteggiare la crisi ci può dare un’idea della fragilità della proposta franco-tedesca. Un canto dell’allodola più che una terapia minimamente adeguata a fronteggiare la crisi che colpisce in particolare luna dell’eurozona.

3.   In Italia, il coronavirus ha aggiunto sale alla ferita. Ha provocato un crollo del reddito nazionale senza precedenti, la chiusura di aziende medie e piccole, molte delle quali difficilmente potranno riaprire, il disastro delle regioni più deboli, livelli di disoccupazione crescenti nei settori dei servizi che finora si erano sottratti alla caduta della domanda in virtù del turismo internazionale che ne faceva una meta privilegiata a livello europeo e globale.

Il governo Conte ha cercato di rimediare ai danni più immediati con una spesa in disavanzo di cinquantacinque miliardi. Ma il confronto con gli interventi maturati fuori dell’eurozona è umiliante.

Rispetto agli Stati Uniti o al Giappone, per tornare agli esempi precedenti, l'Italia dovrebbe elaborare e realizzare, un programma di interventi pubblici diretti e a sostegno degli investimenti privati ​​intorno a 300 miliardi di euro. I possibili campi d’intervento sono innumerevoli: dalla scuola ai trasporti, alle strade, ai ponti, alle periferie urbane, al Mezzogiorno, già in difficoltà prima della crisi. Si tratta solo di esempi di interventi su infrastrutture degradate dopo anni di abbandono, e che possono diventare lo stimolo di un riavvio complessivo dell’economia, promuovendo la crescita dell’occupazione, dei redditi e dei consumi come volano della ripresa della produzione.

Dove sono gli ostacoli?
In un paese normale, le risorse finanziarie necessarie al sostegno della crescita economica e della riduzione della disoccupazione, sono a carico del bilancio pubblico. Dopo la crisi degli anni Trenta questa pratica è diventata normale. Basti considerare gli interventi promossi in America tra la fine del 2008 e il 2009 prima per porre riparo alla crisi finanziaria, poi per rilanciare l’economia e l’occupazione. Interventi ai quali ha fatto seguito il più lungo periodo di crescita economica della storia americana.

Si tratta di un modello d’intervento pubblico che prescinde dal colore dei governi. Non a caso, negli stati Uniti, i primi interventi mirati a bloccare la crisi che si annunciava catastrofica furono opera dell’amministrazione Bush alla fine del mandato e, nei mesi immediatamente successivi, di Barack Obama. In altri termini, quando la crisi incalza, il colore dei governi si attenua, e tutti sembrano aver studiato e tratto insegnamento, sia pure con accenti diversi, dal New Deal di Franklin D. Roosevelt.

Ma nell'area dell'euro non si può fare per due ragioni. La prima deriva dai dei vincoli imposti alla spesa pubblica. A prescindere dagli andamenti economici e dal variare della congiuntura, il bilancio pubblico è vincolato all’azzeramento del disavanzo. E’ difficile, se non impossibile, trovare un manuale di economia in grado di spiegare questo paradosso.

Quanto al debito pubblico deve sempre essere in riduzione - teoricamente anche in un quadro di ristagno economico, quando è automatico il suo aumento - fino a raggiungere l’arbitraria soglia del 60 per cento del PIL. Tutti parametri imposti nel trattato di Maastricht quasi trent’anni or sono dalla Germania, ideologicamente legata al rigore dei parametri della finanza pubblica, ricordando la catastrofe del Marco e le sue conseguenze del 1923.

Tutto ciò ha un aspro sapore di complicati tecnicismi, ma in termini elementari, è una corda al collo degli Stati membri particolarmente colpiti dalla crisi. Alla fine, la neutralizzazione del ruolo della BCE nel sostegno finanziario agli stati membri contribuisce al congelamento degli investimenti pubblici come leva della crescita. E l’assenza o l’insufficienza della crescita contribuisce all’aumento del debito pubblico, come si è verificato in Italia nell’ultimo decennio, a causa del pagamento degli interessi sull'ammontare del debito pregresso. Si potrebbe dire: un perfetto circolo vizioso amaramente sperimentato in Italia nell’ultimo decennio.

Secondo le previsioni del FMI, i tre principali paesi dell’eurozona - Germania, Francia e Italia - subiranno rispettivamente un calo del reddito nazionale tra il 6 e il 10 nel primo anno di crisi. Un crollo senza precedenti. Ciò aumenterà il debito pubblico in percentuale del PIL, bloccandone ogni possibilità di riduzione, per non dire rimborso.

La situazione italiana è resa particolarmente problematica peri il fatto stesso che il debito procede verso il 160 percento del reddito nazionale - il più alto nell'Unione europea dopo la Grecia, e il terzo più alto al mondo, se s’include il Giappone che ha, tuttavia, il vantaggio inestimabile di pagare un tasso prossimo allo zero sulla totalità del debito.

In altre parole, il debito pubblico, indipendentemente dalle sue dimensioni rispetto al reddito nazionale può essere gradualmente rimborsato solo in virtù di una crescita sostenuta e duratura dello stesso reddito nazionale.  E questa non può realizzarsi senza un intervento pubblico volto a ricreare le condizioni della crescita, com’è avvenuto nel corso di altre crisi storiche degli anni '30 e del primo decennio di questo secolo.

Se, invece, la crescita è sostanzialmente bloccata a causa della mancanza o insufficienza degli investimenti pubblici, si spalanca la strada a un default aperto o mascherato, com’è avvenuto in molti stati membri dell'eurozona con la crisi finanziaria del 2009-11.La crisi del coronavirus ha già prodotto effetti economici dirompenti in Italia. Spagna e Francia le cui conseguenze possiamo solo approssimativamente apprezzare. Per fronteggiarli è necessario un radicale cambiamento nella politica dell'eurozona. Un cambiamento è possibile. Ma per ora non ce ne sono tracce.

Il futuro, secondo l'antica massima omerica, poggia sulle ginocchia degli dei. Ma il giudizio sul passato, sebbene spesso storicamente controverso, nel caso dell’eurozona sia inequivocabile. L'esperienza dell'ultimo decennio dell'Eurozona può essere definita un fallimento. E rischi di disintegrazione rimangono un dato di fatto, senza un forte rovescio delle politiche fallimentari praticate nel passato decennio.

Antonio Lettieri

Antonio Lettieri is Editor of Insight and President of CISS – Center for International Social Studies (Roma). He was National Secretary of CGIL; Member of ILO Governing Body,and Advisor of Labor Minister for European Affairs.(a.lettieri@insightweb.it)

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