Jeremy Corbin e la rinascita del Labour Party

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Sulla scia di Michael Foot o Tony Benn, assolutamente fermo sui principi e sul programma - definiamolo neokeynesiano - assai simile a quello sostenuto da Bernie Sanders. 

Se mai vi è stato un esempio inequivoco di vittoria di Pirro, ovvero di una vittoria risicata e ambigua, foriera di future sconfitte, è quella della prima ministra Theresa May che di nulla si e dimostrata capace, se non di abbarbicarsi al proprio scranno con l'aiuto di una manciata di deputati unionisti irlandesi. Dopo una campagna elettorale inesistente e un tracollo della propria politica di sicurezza, resa visibile dalla tragedia di Manchester, la May ha perso 12 seggi pur avendo assorbito larga parte dei voti fascistoidi dell'Ukip.

Quanto a Corbyn, sotto la sua guida, con un programma chiaro di riforma sociale, i laburisti sono rimasti al due per cento dai conservatori, che sotto la May quelle elezioni anticipate hanno fermamente voluto, avendone recuperato circa 20,  e hanno guadagnato 31 parlamentari.
 
Sono cascati dal pero, l'una dopo l'altra, le grandi testate mediatiche (quelle italiane, buone ultime). Sempre troppo tardi e di malavoglia si sono dovuti rassegnare al fatto che la sua candidatura ha reso incerto l'esito del responso del voto. Nella prima versione, colui che avrebbe addirittura potuto emergere come primo ministro del Regno Unito, che comunque si è già affermato come punto di riferimento di una sinistra non soltanto britannica, veniva liquidato come un rottame del secolo scorso.

Un Michael Foot o Tony Benn politicamente appena redivivo dal coma in cui si è trovato il partito laburista, facile bersaglio del suo gruppo parlamentare, blairiano più o meno ortodosso, più o meno dedito alla nobile arte dell'inseguimento della destra sul terreno che ad essa si addice. Cioè quello della crescente ineguaglianza, liberismo e liberalizzazioni senza regole a scapito del welfare, coltivazione di una politica fondata su una grandeur sepolta nel tempo (anche noi abbiamo vinto le guerre puniche, a suo tempo disse l'ambasciatore Fulci al suo collega britannico nel consiglio di sicurezza dell'ONU), mosca cocchiera, piuttosto che barboncino (secondo la vulgata antiblairiana), degli Stati Uniti nelle imprese belliche più sconsiderate.

Prigionieri della propria disinformazione, la linea guida essendo "faccio accadere ciò che desidero accada", i suddetti media, in parte assecondati dai sondaggi, nemmeno cambiarono linea quando Jeremy consolidò la propria leadership nel congresso di partito che avrebbe dovuto spodestarlo, grazie al fatto che un'OPA favorevole al medesimo di 200.000 giovani - denominato Momentum, dallo slogan significativo "For another Europe" si era aggiunto alla base sindacale che lo aveva sostituito allo sconfitto Ed Miliband.

Nel frattempo, un numero crescente di cittadini britannici si stava accorgendo che  Il Jeremy reale era assai diverso da quello dipinto dagli avversari politici e coltivato dai media (non escluso il "Guardian" che oggi ne sostiene editorialmente la candidatura a primo ministro). Assolutamente fermo sui principi e sul programma - definiamolo neokeynesiano, vicino ad una leva  di economisti tipo Piketty, Stiglitz, Mazzucato; assai simile a quello sostenuto da Bernie Sanders con non poco successo - Jeremy si e distinto nello stile, oltre nella sostanza, dalle esibizioni di muscoli (inflacciditi) della prima ministra in carica, May, e da quelle, sempre più concitate, del ministro degli esteri, Boris Johnson. Trattasi di un garbato signore che prima ascolta e poi risponde puntualmente alle domande che gli vengono rivolte; che non offende né cerca di "asfaltare" alcuno, alla Renzi o alla Johnson; che, insomma, rompe con la strumentalità che determina l'isolamento del ceto politico occidentale.

Inaspettatamente, è il tema della sicurezza che offre il colpo di grazia non necessariamente alla credibilità politica e umana dei Torres. Quel tema prediletto da un terrorismo con vocazione elettorale (cfr. anche la Francia) e dalle forze politiche che hanno una maschia vocazione allo stato forte e repressivo nel proprio DNA. La risposta dignitosa della comunità di Manchester, così diversa dalla tifoseria torinese in fuga, in tutte le sue articolazioni di fede religiosa e politica; il sindaco musulmano peraltro moderato, di Londra che, nel condannare le efferatezze commesse, si rifiuta di cedere alla sindrome della paura invocata da Trump; le responsabilità oggettive della May, ministra dell'interno prima che alla te3sta del governo, che ha contribuito alla palese incapacità di prevenzione della polizia e dei servizi segreti, con la passione per la riduzione di posti di lavoro e finanziamenti pubblici, anche in questo settore: sono tutti fattori che fanno percepire Jeremy Corbyn come la persona in sintonia con la più nobile e duratura tradizione di quel popolo.

Non la caduca vocazione imperiale, il cuore di tenebra collocato nella City da Joseph Conrad, ma la pacifica e ferma resistenza senza la quale l'umanità sarebbe rimasta in balia di Hitler. Con una promessa di nuova Europa che Corbyn farebbe bene a coltivare, sullo stimolo dei suoi giovani sostenitori interni e dei suoi potenziali alleati parlamentari, nazionalisti scozzesi e liberal-democratici. Sulla scia della sua promessa di continuare ad ammettere nel Regno Unito tutti i cittadini dell'UE, unilateralmente e al di fuori di qualsiasi negoziato. In tutto e per tutto un buon esempio che la sinistra italiana, frammentata e divisa, farebbe bene a seguire.

Gian Giacomo Migone

Docente di Storia dell'America del Nord presso 'Università di Torino, ex presidente della Commissione Affari Esteri del Senato. g.gmigone@libero.it

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