Italia - La politica umiliata dalla finanza

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L’Italia - insieme alla sovranità monetaria, e dunque al bene supremo della solvibilità permanente - ha ceduto anche e soprattutto la libertà di elaborare in forma autonoma i legittimi orizzonti futuri.

L’Italia è sull’orlo del fallimento. Nella giungla di quesiti che stringono d’assedio la mente del cittadino davanti al vuoto d’orizzonte dei dirigenti alla guida del Paese risulta centrale comprendere il rapporto tra sistema monetario e finanza sovranazionale, poiché dietro un’apparente neutralità tecnica si nasconde l’eterno bisogno patologico di dominio e colonizzazione. Di tale tecnicismo imposto fanno parte la narrativa ‘endogena del vincolo esterno’ (un incomprensibile ‘fuoco amico’ del nostro ceto dominante contro il lavoro e l’ingegno degli italiani), la leggenda di una maggiore efficienza della nostra economia all’interno dell’eurozona (contro l’evidenza dei dati su potere d’acquisto, lavoro stabile, investimenti pubblici e via dicendo rispetto ai tempi della gloriosa lira) e il mito di un’Unione Europa meglio attrezzata per costruire una società più libera e più giusta, mentre è limpido come il sole che essa è strumento di dominio delle élite finanziarie sovranazionaliste, il cui obiettivo è la distruzione della statualità nazionale, ultimo baluardo a difesa dei beni sociali e dei ceti più deboli.

La forma, affermava un grande scrittore del secolo scorso, è la sostanza visibile dell’esistenza. La differenza, ancora una volta, la fa la consapevolezza. Se non possiamo sfuggire alla sofferenza, vorremmo almeno guardarla negli occhi. Alle prese con una transizione politico-sociale che lascerà profonde cicatrici, la coscienza di ciò che scorre nelle vene profonde è il punto d’inizio della riscossa. Un aspetto preliminare/fondamentale è quello che il pensiero classico cinese chiama ‘rettificazione dei nomi’, un percorso di ragione emotiva (si perdoni l’ossimoro), affinché le parole usate corrispondano alla realtà descritta. Un’apparente banalità, che fornirebbe tuttavia un prezioso ausilio, nei limiti della sua praticabilità, per combattere le ingiustizie del mondo.

Sarebbe un passo nella giusta direzione se, ad esempio, l’umiliante terminologia ‘vincolo esterno’ – pietra miliare psicopatologica di una condotta altrimenti incomprensibile del nostro ceto politico - fosse sostituita da ‘deliberata flagellazione auto-inflitta’, ovvero se al posto della mistica dei ‘rapporti che uniscono i paesi membri dell’Unione Europea’, facessimo uso della sua traduzione rettificata, vale a dire le ‘crepe distruttive di benessere che separano i paesi membri dell’Edificio Tecnocratico Colonizzatore di popoli ingenui’. Un tale strumento rettificativo di nomi, poiché le scelte lessicali non sono mai neutrali, renderebbe la scena politica più decifrabile. Al posto di Unione Europea useremmo allora … ‘Discordia Europea’, invece di Banca Centrale Europea … ‘Banca Locale Tedesca’, Commissione Europea … ‘Comitato Centrale della finanza nordica’, Parlamento Europeo … Consiglio Europeo di Consulenza Normativa al servizio delle élite nordeuropee.

G. Orwell nel libro “1984”, descrivendo il linguaggio imposto dal Grande Fratello, scrive che l’aggettivo libero era utilizzabile solo nelle frasi quali “il campo è libero da erbacce”; quell’aggettivo non era utilizzabile per altri significati. Le parole d’ordine del regime erano: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza. Nelle moderne società colonizzate dal pensiero unico, su un palcoscenico dove gli attori recitano mascherati, la saturazione lessicale dei media, creatori di (in-)cultura, fa da barricata al desiderio di conoscenza di un popolo che finisce così per amare persino i suoi carnefici.

Il poeta spagnolo Ramón Eder afferma che ‘la lotta per il potere può essere terribile, ma la lotta per le briciole del potere è sempre patetica’. L’Italia - insieme alla sovranità monetaria, e dunque al bene supremo della solvibilità permanente (nessun paese sovrano della propria moneta, e che contrae debiti nella propria valuta, potrà mai essere insolvibile ‘per la contradizion che nol consente’) – ha ceduto anche e soprattutto la libertà di elaborare in forma autonoma i legittimi orizzonti futuri, come se questi fossero stati scolpiti nella pietra una volta e per sempre nel 1992, con la ratifica del Trattato di Maastricht. La storia della nostra nazione si sarebbe fermata allora, un imbuto ci avrebbe inghiottito all’insegna del trionfo dell’ideologia mercantile, per di più centrata sugli interessi di nazioni straniere, quella tedesca e dei satelliti circostanti. Sradicando i principi di equità e sovranità popolare, si è fatto ricorso all’abbaglio della costruzione europea, una statua di sale che ha destrutturato la statualità democratica delle nostre istituzioni, che si scoprono ora imprigionate in una galea senza via d’uscita.

Pochi rilevano la superba eppur legittima prepotenza di una Corte costituzionale che per tutelare gli interessi della Germania (ennesima evidenza che l’Unione Europea fonda le sue radici nei rapporti di forza tra paesi concorrenti, senza alcun percorso finalistico di stampo federalista) umilia il sacrosanto principio di pari dignità di tutti i paesi membri dell’eurozona. Questi ultimi, abbagliati da tanto osare – in punta di diritto, la Corte tedesca ha integralmente ragione – si scoprono indifesi e terrorizzati, come le moltitudini nell’allegoria del Grande Inquisitore, terrorizzate davanti alla prospettiva di essere abbandonate alla libertà. L’Inquisitore si presenta come l’illuminato che decide al posto del gregge digiuno della nozione di bene e di male, di cosa accettare e cosa rifiutare. In nome di un immaginario interesse comune, Egli convince la moltitudine smarrita che per essere davvero liberi occorre rinunciare alla libertà e sottomettersi, una volta e per sempre. Eppure, il colpo di scena finale del racconto di Dostoevskij lascia vivere la speranza: lo spirito di libertà aleggia tra noi, occorre solo afferrarlo.

Inspiegabilmente, per ora, il gusto perverso dell’asservimento si è diffuso tra gli altri 18 paesi eurozonici, i quali preferiscono delegare quesiti fondamentali ai Giudici Tedeschi, lasciando alle de-democratizzate istituzioni Ue la verifica di legittimità di ogni atto da queste compiuto, anche quando oltrepassano i limiti delle stesse norme europee, annullando in tal modo l’irrinunciabile distanza tra controllato e controllore. Davanti a un’occasione storica per mettere alla prova le ragioni costitutive di un percorso comune - provando magari a rifondare alle radici un’impalcatura oggi al servizio esclusivo della strategia coloniale del Nord – i nostri governanti appassionati di questa Europa evitano di battersi per una teleologia condivisa e finalmente decifrabile, preferendo la fuga tangenziale verso un comodo silenzio. La domanda sorge dunque lecita: la sera, uscendo dai loro suntuosi uffici, riescono costoro a trovare la strada di casa?

Un’Italia ansiosa di vincere la battaglia delle briciole viene così catturata nella finzione simulatrice di uno spazio di potere inesistente. Il nostro governo aspetterà dunque in un angolo che dal quadrilatero Karlsruhe, Francoforte, Lussemburgo, Berlino, dove il tedesco è la lingua più diffusa, giunga a noi la decifratura del discorso del padrone. Dopodiché ci inchineremo ringraziando l’Inquisitore, perché sarebbe potuto andar peggio. 
 

Da 21 anni, a fronte di un marginale risparmio sui tassi d’interesse, il Paese ha smesso di crescere, di creare lavoro stabile per i propri figli, di sostenere servizi sociali ed emergenze, salute, territorio, il Sud e via dicendo. Gli euroinomi chiamano ‘rigore e rispetto delle regole’ (fatte da loro) quello che ‘rettificato’ merita invece il nome di ‘sovranismo predatorio tedesco-centrico’.

Costretta in una soffocante camicia di contenzione dal 1° gennaio 1999, l’Italia deve ora affrontare una crisi di proporzioni drammatiche. È presumibile che tra qualche mese con un debito al 160%, il Pil in caduta libera e tassi d’interessi stellari - in assenza di una normale Banca Centrale compratrice di debito di ultima istanza - all’Italia non rimanga che investire su due orizzonti, se escludiamo la dichiarazione unilaterale d’insolvenza.

Il primo, di genesi eurocentrica, presuppone una permanente attitudine da parte della Bce a intervenire – nulla di inedito invero, perché è quel che fanno in casi simili le banche centrali di 174 paesi al mondo su 193, ma rivoluzionario nella patologia dell’eurozona – per rifornire quest’ultima della necessaria liquidità, in assenza di quel fantasma introvabile che oligarchia patogena del Nord chiama iperinflazione, lontana anni luce dal mondo reale.

La Bce in tal caso dovrebbe percorrere un sentiero stretto, superando i seguenti ostacoli, a difficoltà crescenti:
1) modificare lo statuto della Banca, in teoria operazione facilmente praticabile, ma di valenza insieme anche politica e dunque problematica;
2) sperare nella forza persuasiva del governo tedesco sulla Corte di Karlsrhue (la quale, diversamente da una
sprovveduta Italia, ha conservato il diritto di verificare la compatibilità delle decisioni Ue alla costituzione tedesca), con l’argomento principe che l’apparente condotta eterodossa della Bce tutela in realtà al massimo grado gli interessi della Germania, poiché l’euro è strumento fondamento del successo economico tedesco che si fonda sulla distorsione competitiva a danno degli altri partner europei, in primis dell’Italia. I ministri italiani ai quali tale scenario non è ancora palese farebbero bene a cambiare mestiere;
3) infine, superare la forza di gravità, che non è solo di stampo politico, ma anche storico-culturale-psicologica-sociologica-linguistica-sentimentale, vale a dire la definitiva chiarificazione della volontà teleologica, o meno, di voler costruire gli Stati Uniti d’Europa.
Agli abitanti dei territori situati a Sud delle Alpi è chiaro da tempo che tale orizzonte è aborrito dalla stragrande maggio
ranza dei popoli del Nord, in primis quello tedesco, come constatiamo quotidianamente nei comportamenti nazionalistici/sovranisti dei governi nordeuropei a spremere il massimo dall’impalcatura Ue, senza alcuna condivisione di costi o sentimenti, neppure di lungo orizzonte.

Proponiamo ora un gioco di squadra. Se i governi dei 19 paesi eurocostretti intendessero mettere fine a ogni insidioso contrasto (in seno a Commissione, Eurogruppo, Mes, Bers, Bce, Ceg et similia, i quali tutti rettificati dovrebbero chiamarsi ‘organismi gestiti da funzionari reclutati per proteggere interessi oligarchici tedesco-centrici in cambio di soldi e potere’), sarebbe sufficiente che i Capi di Stato e di Governo dei paesi in questione convenissero che, in una data lontana (occorre certo prepararsi), a partire mettiamo dal 1° gennaio 2050, l’attuale Unione Europea (o anche solo l’eurozona a 19) sarà sostituita da una federazione di stati con un governo unico, responsabile davanti a un Parlamento, e una Banca Centrale che segue le direttive delle autorità politiche della istituenda Federazione.

È intuibile che dopo tale ipotetico annuncio, lo scenario monetario, finanziario ed economico nei paesi aderenti all’euro cambierebbe di colpo; il famigerato spread svanirebbe in un baleno e le tensioni sui mercati verrebbero confinate nella cronaca di provincia. La traduzione strutturale di tale chimerica affermazione sarebbe infatti che le regioni ricche – come avviene nelle nazioni che si riconoscono nella medesima storia, cultura e sentimenti – avrebbero accettato di finanziare quelle più povere. Salta agli occhi, beninteso, che con la descrizione di questo ipotetico scenario siamo entrati nella trama di un film di fantascienza.

Il secondo orizzonte è il piano B-bis - mettendo da parte al momento l’uscita dall’eurozona, considerata problematica dal sistema tecnocrazia-dipendente, quando invece la gestione della moneta è attività eminentemente politica – vale a dire un’approfondita riflessione sui diversi strumenti di formazione di immediata liquidità di cui lo Stato italiano dispone già, che tuttavia per misteriose ragioni non intende utilizzare, quali ad esempio: creazione/rafforzamento di banche pubbliche che sostengano con generosità cittadini e imprese (come da tempo fanno tedeschi e francesi), l’emissione di CCF (certificati di credito/compensazione fiscale) e di biglietti di stato a corso legale (tutte azioni consentite dai Trattati europei). Non è facile comprendere la ragione per la quale, in un momento di immenso bisogno di liquidità da parte del sistema economico, il Ministero dell’Economia e delle Finanze (e Palazzo Chigi) rimangano inerti, a meno di pensare che essi condividano i propositi nordici di definitiva colonizzazione economica e politica dell’Italia.

Tutta l’eurozona è entrata in terapia intensiva, ma l’ossigeno comincia a rarefarsi in particolare nei polmoni dell’Italia. I mercati esigono alti interessi per prestarci altri denari. Una penuria questa che potrebbe essere contenuta se l’Italia utilizzasse quella sovranità monetaria, pur limitata, che è alla sua portata. Una maggiore liquidità farebbe crescere persino l’inflazione, con benefici sull’economia e la riduzione del debito. Certo, non potremmo mai competere con Giappone, Svizzera, Stati Uniti e altri 170 paesi al mondo che sono liberi di immettere nei loro sistemi (essendo sovrani della loro moneta) tutta la liquidità necessaria, facendo attenzione esclusivamente al rischio altamente ipotetico dell’inflazione. E vedremo presto la differenza rispetto alla tundra eurozonica, dove gli oligarchi tedeschi soddisfano la loro tossicodipendenza da ricchezza e potere sulle spoglie martoriate dei paesi del Sud, imprigionati nella gabbia della moneta comune. Eppure, ciò farebbe già una grande differenza.

Secondo la strategia di Walther Funk, ministro nazista per gli affari economici (1938-1945), la Germania vittoriosa sarebbe stata il cardine dell’industria e della finanza europee. Le altre nazioni avrebbero fatto da corona. All’Italia sarebbero stati riservati turismo e agricoltura, diventando di fatto un parco divertimenti per tedeschi facoltosi. Si tratta di uno scenario che va riprendendo corpo nel XXI secolo, sotto il manto adulterato delle istituzioni Ue. La mosca fastidiosa che ci perseguita ci distrae dal vero pericolo: il branco di lupi affamati che si avvicina. Il calzante aforisma di Oscar Wilde - secondo il quale ‘ci avevano detto che tutti i sogni possono avverarsi, ma hanno dimenticato di dirci che anche gli incubi sono sogni’ – merita un’aggiunta: ‘i sogni di alcuni sono gli incubi di altri’.

Nella trappola dolosa della moneta comune senza un governo riequilibratore, l’Italia è ormai un Paese in via di sottosviluppo, in precipitazione accelerata verso il declino economico, sociale, culturale, e beninteso di totale irrilevanza politica. Che umiliazione! Il lavoro continuerà a mancare, servizi sociali e territorio a degradare; lo Stato, baluardo un tempo della tutela dei più deboli, verrà ancor più depauperato, defraudato, prosciugato. Un incomprensibile asservimento al dominio altrui, psicologico prima ancora che politico, impedisce l’avvio di una riflessione per la ricostruzione del Paese che metta al centro la sovranità costituzionale e il bisogno di lavoro, giustizia e libertà.

Lu Xun, il più grande scrittore cinese del XX secolo, nella “Fuga sulla Luna, alle armi” scrive: “Immagina una casa di ferro senza finestre, praticamente indistruttibile, con tanta gente addormentata sul punto di morire asfissiata. Tu sai che la morte li coglierà nel sonno e che quindi non conosceranno le pene dell’agonia. Ora, se tu, con le tue grida, svegli quelli dal sonno più leggero e se costringi questi sfortunati a soffrire il tormento di una morte inevitabile, credi di rendere loro un servigio? Eppure, se alcuni si svegliano, non puoi più dire che non vi sia speranza alcuna di distruggere la casa di ferro”.

Un altro mondo è sempre possibile, dunque. La schiavitù non sia il nostro destino davanti a un coro di voci politiche solo in apparenza dissonanti, mentre s’impone un unanime servilismo alle élite finanziarie. Solo, occorrono pensieri nuovi, e poiché questi sono generati dalla mente umana, servono menti nuove, all’altezza della fatica dei tempi, capaci di cavalcarne la durezza, nel gesto dirompente, perché l’umiliazione del pensiero porta alla miseria dell’azione.
La sfera finanziaria risponda dunque a quella politica. I mercati siano governati dallo Stato e non viceversa. L’interesse collettivo del Paese prevalga sulle norme imposte da chi ha avuto interesse a farlo. E se esse omettono di tutelare lavoro e famiglia, allora non meritano di essere rispettate. I sentieri per stracciarle e farne di migliori sono tanti e tutti accessibili. E se coloro che governano non possiedono conoscenza, capacità e etica per portare il Paese fuori dai marosi, ebbene che almeno lo si sappia. Poi vedremo casa fare.

Alberto Bradanini

Former Ambassaor in Teheran and Peking

Insight - Free thinking for global social progress

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