Il problema del Pd non è la scissione di Renzi

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Mentre Renzi forma un nuovo partito di centro, il Partito democratico non compie un'analisi critica delle vecchie politiche di centrosinistra, trascurando un vasto campo si riforme sociali necessarie o e possibili.

Se quelli del Pd si chiamano “piddini”, quelli di Italia Viva dovremo chiamarli “vivacini”, che suona bene anche perché si accorda con una caratteristica del fondatore e leader, Matteo Renzi. Secondo i primi sondaggi il nuovo partito si attesterebbe fra il 3,5 e il 6%, gracilino ma non insignificante se fosse vera la parte alta della forchetta.

I sondaggi concordano poi sul fatto che i vivacini arriverebbero quasi tutti dal Pd, con scarsa attrazione sia nell’area della destra moderata che nella vasta prateria dell’astensionismo. Se ne potrebbe concludere che in questo modo ne risultino due partiti omogenei, uno centrista (Italia Viva) e uno di sinistra moderata (il Pd), e che la scissione non sia altro che la conseguenza di quella che fu definita una “fusione a freddo”, quella tra i Ds (ultima incarnazione del Pci) e la Margherita (partito post-democristano). Insomma, la prova dei fatti che quella fu una fusione infelice  e che ora ognuno può riprendere la sua strada.

Magari le cose fossero così semplici. Anche fingendo di ignorare che nel Pd sono rimasti molti renziani, non si sa se col compito di guastatori o per attuare una strategia di “scissione a stillicidio”, quelli che risultano dalla separazione sono due organismi che poco hanno a che fare con i partiti come erano intesi nella Prima repubblica. Quello di Renzi è chiaro che cosa sia, ne ha dato egli stesso una sintetica definizione nell’intervista con Repubblica del giorno successivo all’annuncio dell’iniziativa: “Il Pd nasce come grande intuizione di un partito all’americana capace di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie”. Che questa fosse l’”intuizione” alla nascita del Pd, è un’interpretazione del tutto personale di Renzi; ma ciò che qui importa è che, siccome il Pd non era o non è diventato in quel modo, Renzi ha deciso di fare lui. Italia Viva dunque è Renzi, come Forza Italia è stata Berlusconi: post-ideologici perché non perseguono un qualche progetto di società, ma quello che decide il “leader carismatico”.

E quel che resta del Pd, che cos’è? E’ quello che era anche prima della scissione, un “oggetto non identificato”. Con la “non vittoria” di Bersani alle elezioni del 2013 era a sette punti in più delle ultime politiche, cinque in più di quanto oggi gli attribuiscano i sondaggi. Da allora – con l’eccezione del mitico 41% renziano alle europee, che si è rivelato, appunto, un’eccezione – nonostante le ripetute sconfitte non c’è stato nessun ripensamento della collocazione del partito nella società, non c’è nessun disegno per il futuro, se non generico, nessuna idea-forza capace di risvegliare l’interesse dei tanti che si sono allontanati.

Il Pd continua a definirsi “di centro-sinistra”, ma non ha mai detto che la “sinistra” come l’ha intesa negli ultimi anni, quella della “Terza via” blairiana che aveva accettato i canoni liberisti, era una sinistra che aveva perso se stessa, come ha scritto in un recente libro il neo-ministro per il Mezzogiorno Peppe Provenzano. E perdendosi ha perso anche il suo popolo. “Il Pd non è il partito di Bandiera rossa”, ha detto il vice segretario Andrea Orlando intervenendo in una recente – e piuttosto ridicola – polemica. Orlando sarebbe un esponente della “sinistra” del partito. Bene, ma al di là di quella canzone, che come si ricorderà si conclude con “Evviva il comunismo e la libertà”, potrebbe spiegare Orlando, e con lui il gruppo dirigente del Pd, quale sarebbe la sinistra che ha in mente? Se si differenzia, e come, dalla finta sinistra della “Terza via”? Da quella politica cha ha portato alla scomparsa alcuni importanti partiti socialisti e socialdemocratici e ridotto al minimo storico, persino dietro ai reazionari dell’Afd, il più antico di essi, la Spd tedesca, che è stata più volte alla guida del paese?

Se il Pd non analizza criticamente le scorie di quella politica è destinato a rimanere una copia scialba di un partito centrista che fa politiche di destra. Quali sono queste scorie? Ne ricordiamo alcune. Innanzitutto il ruolo dello Stato nell’economia, che le teorie dominanti vogliono ancillare a quello dei privati e che invece dovrebbe essere un ruolo attivo, di disegno di strategie, di stimolo e non semplicemente di servizievole supporto, che la storia di questi anni ci dice come possa essere, nel medio periodo, persino dannoso. Legata a questo c’è la questione di alcuni servizi pubblici essenziali: anche in questo caso l’esperienza ci dice che è meglio che sia il pubblico a gestirli, specie se si tratta di monopoli naturali (ogni riferimento all’acqua è intenzionale). Poi, che la riduzione delle garanzie per i lavoratori sia benefica per l’economia: sono più di vent’anni che queste garanzie vengono sempre più erose, ma l’economia italiana non se n’è giovata, la produttività è rimasta al palo, le imprese non hanno avuto alcuna spinta ad innovare. Infine, che l’aver lasciato crescere la disuguaglianza è stato un errore non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello economico, come ormai anche istituzioni con l’Ocse e il Fondo monetario sono arrivati ad ammettere.

Ecco, questo è proprio – come si dice – il minimo sindacale per un partito che voglia collocarsi nell’area della sinistra moderata. Un’area che oggi è totalmente sguarnita e che si suppone quindi che abbia uno spazio politico potenziale tale da poter contendere la guida del paese ai partiti di destra che invece abbondano. Ma di queste cose il Pd non parla, sono persino più presenti nei confusi programmi dei 5Stelle. Il dibattito pubblico sull’economia, la concezione della quale è il vero spartiacque tra destra e sinistra, è tutta sul debito pubblico e sugli zero-virgola da trattare con Bruxelles. Ma la questione più importante dovrebbe essere quella di capire perché dagli anni ’90, quando ci fu una svolta nella politica economica, la crescita si è fermata, e trarne le conseguenze.

L’alternativa è che il Pd continui a cincischiare confusamente con le politiche fallimentari già sperimentate, trovandosi così troppo poco a destra per essere appetibile da quell’area, ma neanche a sinistra dove potrebbe recuperare chi l’ha abbandonato. Renzi con i suoi “vivacini” ne sarebbe contento, e alle prossime elezioni la destra a trazione leghista farebbe probabilmente piazza pulita.

Carlo Clericetti

Giornalista - Collaboratore di "La Repubblica.it." Membro dell'Editorial Board di Insight. Blog: http://www.carloclericetti.it

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