Il lento suicidio dei partiti di sinistra in Europa

Sottotitolo: 
La crisi della sinistra europea e l'emergenza di una doppia destra.

Nell'ultimo decennio, molti governi dell'eurozona hanno avuto una durata di vita variabile, ma ciò che hanno avuto  in comune è stata la loro instabilità, che mostra la volatilità degli elettori, pronti a cambiare le proprie scelte. Poiché i cambiamenti sono il riflesso dell'atteggiamento elettorale popolare, si può dedurre che si tratti della volatilità di un elettorato e di un'opinione pubblica pronti a prendere posizione e in breve tempo a smentirla. Ma è davvero così?

Il caso italiano  è tipico in questa vocazione al cambiamento, ma non è un caso singolare. In altri paesi, come in Francia, la continuità istituzionale degli abitanti dell’ Eliseo non oscura i frequenti cambiamenti di governo. In effetti, è una reazione alla distanza che si crea tra le aspettative degli elettori e il comportamento deludente dei governi. In Italia, il governo di Matteo Renzi è durato quasi tre anni, seguito da quello di Gentiloni della stessa famiglia politica per un anno e mezzo.

Ciò non si discosta molto dalla Francia che, nello stesso periodo, ha visto l'alternarsi di diversi governi sotto la presidenza di Francois Hollande. È evidente che il cambio di governo appartenente alla stessa famiglia politica non riflette la volatilità degli elettori, ma il contenuto della politica esercitata dal governo.

In Italia il risultato è stato un cambiamento radicale con la liquidazione del Pd e l'avvento di una nuova coalizione formata da Cinque Stelle e Lega: un governo che ha ribaltato i canoni tradizionali della politica italiana. In Francia, quasi contemporaneamente, il governo di sinistra guidato da Francois Hollande ha subito la peggior sconfitta della sinistra francese da oltre un secolo. Con il Partito Socialista, erede di una tradizione centenaria, sostanzialmente estromesso dallo scenario politico.

È stupefacente  il contrasto con la longevità dei governi di centrodestra nella stessa fase politica. In Spagna, il Partito Conservatore di Mariano Rajoy è rimasto alla guida del governo per circa sei anni. Ancora più significativo è il caso tedesco, dove dopo sedici anni è ancora in carica il governo conservatore di Angela Merkel, la cancelleria più lunga, insieme a quella di Kohl, dai tempi dell'unificazione tedesca sotto Bismarck.

Come si spiega questo andamento politico ed elettorale profondamente diverso tra i partiti di centrosinistra e quelli di centro-destra? Non c'è altra plausibile spiegazione che nelle loro politiche, come è evidente in Italia o in Francia, per non parlare della Grecia che due volte ha scelto partiti di sinistra per il governo nell'ultimo decennio, e due volte sono stati sconfitti lasciando il posto a governi di destra.

La ragione più evidente è che i partiti di centrodestra una volta al governo fanno giustamente una politica di destra, mentre i partiti di sinistra tradiscono – o sono costretti dalle autorità europee, come è avvenuto in Grecia, a tradire – le aspettative popolari e le ragioni per le quali sono stati votati.

Dopo essere stati i principali attori nella costruzione dell'eurozona a cavallo del secolo, i partiti di sinistra sono gradualmente diventati i paladini della politica neoconservatrice imposta dalla Commissione europea. Una politica basata su un riformismo di destra che ha le sue basi nel primato del mercato, nella riduzione della spesa pubblica, nel pareggio di bilancio e nella riduzione del debito pubblico a prescindere dall’andamento dell’economia inserita in un complesso e variabile quadro interno e  internazionale. I risultati delle politiche dettate dalla Commissione europea non avrebbero potuto essere più nocive dal punto di vista economico e degli equilibri sociali. E le conseguenze, come era prevedibile, hanno colpito con particolare severità i governi con vere o presunte vocazioni di sinistra.

Non sorprende che in Polonia e Ungheria, dopo le esperienze rigorosamente  ispirate alle politiche dettate da Bruxelles con discutibili esiti sociali, i due governi di estrema destra - il primo ispirato da Jaroslaw Kaczynski e il secondo diretto da Orbán – abbiano ottenuto un largo e reiterato successo elettorale adottando politiche in aperto contrasto con le regole stabilite dalla Commissione europea.

Siamo così in presenza del fallimento di una normale alternanza politica tra partiti tradizionali. Fallimento testimoniato in Italia dal governo presieduto da Mario Draghi, basata sull'accordo di tutti i partiti, eccetto Fratelli d'Italia, indipendentemente dalla loro origine e dalla loro collocazione. Un evidente fallimento di un normale regime democratico basato sull'alternanza di partiti o di coalizioni di partiti storicamente distinti tra destra e sinistra.

Le prospettive per il governo Draghi sono incerte. Potrebbe durare fino all'elezione del Presidente della Repubblica - e lo stesso Draghi potrebbe concorrere alla successione di Mattarella. Ma, mentre il futuro si presenta incerto, il lascito non potrebbe essere più scoraggiante.

L'Italia ha un'economia che nel 2023, nella migliore delle ipotesi, rimarrà almeno tre punti al di sotto del reddito nazionale del 2007, prima della crisi americana e europea. E, in ogni caso, a quello di inizio secolo, dopo otre venti anni, e soprattutto  con la differenza legata alla crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito che colpisce più duramente le classi lavoratrici, il sempre più esteso lavoro precario, la grande massa di pensionati e, in larga misura, i ceti medi.

Il problema non riguarda solo l’Italia. Alla Spagna le autorità europee hanno destinato una dotazione di aiuti a valere nei prossimi anni corrispondente a quella stabilita per l’Italia. Una soluzione insufficiente e rinviata nel tempo per un paese con un livello di disoccupazione nell’ordine del 15 per cento fra le più alte nel mondo occidentale. Ma si è verificata  una circostanza imprevista con una maggioranza schiacciante a favore del centrodestra. Pablo Iglesias, alla testa di Ciudadanos e vicepresidente del governo, si  è dimesso dichiarando di abbandonare la politica. E il governo di Pedro Sanchez  è virtualmente privo di una maggioranza effettiva.

In Francia, il risultato delle elezioni della prossima primavera rimane incerto poiché la destra di Marine Le Pen compete nei sondaggi con Macron per la maggioranza relativa dei voti.

Viviamo in un clima politico che rende le previsioni precarie e facilmente errate. Ma resta il fatto che la tradizionale alternanza sinistra-destra, caratteristica fondamentale della democrazia dei principali paesi europei, è sostanzialmente svanita. La novità è che l'alternativa non è tra sinistra e destra ma all'interno dei partiti di destra con un atteggiamento diverso rispetto alle politiche dettate dalla Commissione Europea.

La sinistra ha perseguito a lungo una politica autolesionista. È successo in Gran Bretagna, dove il partito laburista si è dedicato alla liquidazione della maggioranza di Corbin che aveva ottenuto il maggior successo elettorale degli ultimi decenni. E in Germania la socialdemocrazia, erede di Willy Brandt e Helmut Schmidt, è stata ridotta a un partito minore dopo il lungo sodalizio con il governo Merkel, rimasto privato di un’effettiva posizione di sinistra, e scavalcato dai Verdi, secondo le attuali previsioni.

La stretta collaborazione tra Germania e Francia ha ragioni profonde. La Francia è ancora a capo di un quasi-impero coloniale. E, soprattutto, è l'unico paese continentale europeo in possesso dell'arma nucleare. Inoltre, può variare la sua politica nei confronti di Russia e Cina. Pertanto, il rapporto di solidarietà con la Francia è centrale per il ruolo che la Germania ha in Europa.

Ma resta il fatto che l'Unione monetaria ha messo alle strette le economie dei paesi che all'inizio del secolo erano in mano alla sinistra. L'euro si è dimostrato al servizio di un'economia più forte, diventando una versione sovranazionale del vecchio marco. L'Unione monetaria si è rivelata una soluzione che, proprio come nella commedia di Pirandello Sei personaggi in cerca d'autore, ha messo in crisi i suoi autori.

La partita alla fine si gioca tra i partiti di destra. Prenderne atto potrebbe essere il primo passo per avviare una nuova politica della sinistra, consapevole degli errori del passato. E se il futuro non può essere previsto, in ogni caso. la lezione del passato non dovrebbe essere ignorata.

Antonio Lettieri

Editor of Insight and President of CISS - Center for International Social Studies (Roma). He was National Secretary of CGIL; Member of ILO Governing Body,and Advisor of Labor Minister for European Affairs.(a.lettieri@insightweb.it)

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