Il lato perverso della globalizzazione

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La vicenda Whirlpool è un esempio eclatante dei lati perversi dell’attuale globalizzazione. Dall’America  una multinazionale decide i destini nell’intero globo dei suoi insediamenti industriali e delle migliaia di dipendenti.

Il 31 ottobre la Whirlpool di Napoli ha chiuso. L’aveva annunciato d’alcuni mesi provocando rabbia e disperazione dei dipendenti. Ai quali si assicura nient’altro che la retribuzione fino al 31 dicembre. Eppure, dopo la fusione di pochi anni fa tra Indesit e Whirlpool, era stato concluso nel 2018 tra l’Amministratore delegato di Whirlpool-Europa e i Sindacati un accordo con previsioni rosee e promettenti. Si programmava addirittura di valorizzare lo stabilimento di Napoli assegnandovi un’alta gamma di produzione.

E invece, a sei mesi dall’accordo, un brusco e inaspettato mutamento di scena. Il che per un verso sorprende: pare impossibile che in poco tempo si sconfessino gl’impegni dell’Amministratore di Whirlpool-Europa che riconosceva la produttività e l’elevata professionalità dei lavoratori. Impegni, si badi, presi addirittura col Governo italiano: investire e conservare l’occupazione in cambio di incentivi e agevolazioni. Per un altro verso però non sorprende affatto: come tutte le multinazionali la casa-madre della Whirlpool dall’America decide i destini nell’intero globo dei suoi insediamenti industriali e delle migliaia di dipendenti. Lo fa come se giocasse col mappamondo: li crea, li sposta, li accorpa, li distrugge. E difatti le basta dire che la domanda sul mercato delle lavatrici è calata e i suoi conti non tornano.

Sarà vero, non sarà vero? Chi lo può dire? Sta di fatto che viene cambiato l’Amministratore Delegato di Whirlpool-Europa e al nuovo Amministratore si affida il compito di avviare la chiusura dello stabilimento napoletano di via Argine. Non sente ragioni. Né di ordine economico: le lavatrici che qui si producono sono di ottima qualità. E tanto meno di ordine sociale: con la chiusura dello stabilimento si licenziano centinaia di dipendenti, senza contare l’indotto, aggravando la disoccupazione in un’area già disastrata.

Tanto per cambiare, nel Mezzogiorno piove sul bagnato! A nulla valgono l’intervento dei Ministri, del Presidente della Regione (disposto a stanziare risorse economiche) e persino del Presidente del Consiglio; nonché la mobilitazione dei lavoratori e dei sindacati Cgil-Cisl-Uil, supportata pure dallo sciopero di solidarietà dei dipendenti di altri stabilimenti italiani. La decisione di chiudere la fabbrica il 31 ottobre 2020 è irrevocabile e non esiste al mondo chi abbia il potere reale di contrastarla. Non è neppure rinviabile di qualche mese per cercare soluzioni alternative ed evitare la disoccupazione degli addetti.

La vicenda Whirlpool è un esempio eclatante dei lati perversi dell’attuale globalizzazione. E’ dolorosa anzitutto per quanti alla multinazionale americana hanno dedicato un’intera vita lavorativa acquisendo notevoli professionalità tecniche, ora destinate a rovinosa dissipazione. Fanno così molte aziende, specie multinazionali: prima chiedono ai lavoratori professionalità e fidelizzazione; poi, quando ritengono di non averne più bisogno, secondo i loro misteriosi disegni, li mettono sulla strada. Senza dire che questi lavoratori, proprio per aver dedicato all’azienda alcuni decenni, hanno un’età  che non ne consente rapida riconversione professionale e facile ricollocazione.

Ma la vicenda è dolorosa anche per i sindacati la cui pressione è del tutto irrilevante per la casa americana. Ed è dolorosa pure per il Governo: ne mostra l’impotenza di fronte a un potere economico che lo sovrasta in quanto “sovranazionale”. 

Sulla vicenda si possono fare amare riflessioni di carattere generale intorno alla globalizzazione. Che, con buona pace dei sovranisti, è un fenomeno inarrestabile e irreversibile a due facce. Una positiva: innegabilmente ha dato impulso allo sviluppo economico mondiale, estendendolo a zone prima escluse. La seconda negativa: la totale assenza sia di regole e di poteri di controllo sia di Tribunali aventi il potere di decisioni effettivamente cogenti su ragione e torto nelle controversie.

Sicché l’unica regola ferrea è il profitto d’impresa, perché a dominare il mercato è soltanto la concorrenza feroce e dunque la convenienza economica delle multinazionali. A scapito ovviamente del lavoro, della professionalità e della dignità delle persone. Certo l’economia riparte se ripartono, specie nel Sud, gl’investimenti delle imprese, nazionali e multinazionali. E’ altrettanto certo però che la logica pervasiva della globalizzazione, cui si aggiunge la rivoluzione tecnologica a velocità supersonica, sta comportando una pericolosa svalutazione del lavoro umano e delle sue tutele, con conseguenze imprevedibili sull’ordine sociale e sul quadro politico.

Ora si discute della possibilità di individuare nuovi assetti societari per nuove produzioni onde evitare la chiusura dello stabilimento ex Whirlpool. Ma all’auspicio che ciò si realizzi si accompagna un po’ di scetticismo. Iniziative imprenditoriali di peso non s’inventano da un giorno all’altro e senza avere alle spalle una solida realtà industriale e finanziaria. In sostanza c’è solo da sperare che si riesca in qualche modo a ricollocare degnamente i lavoratori della ex Whirlpool e di quanti soffrono della chiusura. Un compito ciclopico affidato all’impegno straordinario di poteri pubblici e imprenditori privati. Alla fine, nell’attuale situazione economica e con l’aggravarsi della pandemia, non rimane che far prevalere l’ottimismo della volontà sul pessimismo della ragione. E non è molto!        

(Dal Corriere del Mezzogiorno. 1 novembre 2020)

Mario Rusciano

Professore Emerito di Diritto del lavoro, Università di Napoli Federico II.

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