Dialogando con Luigi Mariucci

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Tra le numerose possibili, quella ricavabile dal presente scritto è l’immagine del giurista del lavoro deceduto il 10 dicembre che vorrei pervenisse alle giovani generazioni.

Se pensi che arrivare a superare la soglia degli ottantacinque anni sia un privilegio, io ne conosco il prezzo. Seguiterai a pagarlo, per chissà quanto tempo, interrogandoti senza saper dare risposte sull’orizzonte di senso di un presente vissuto nello smarrimento provocato dalla solitudine. Una solitudine che può soltanto crescere, perché a troppi compagni di viaggio non è consentito di condividere il tuo privilegio. Un poco alla volta, le persone più amate all’improvviso ti lasciano e a te non resta che piangerne la scomparsa.

In questo inizio d’inverno, il destino mi ha urlato in faccia che una rata del debito era giunta a scadenza.
Il 10 dicembre, se ne è andato Luigi Mariucci. “Uno de nosotros”, ha prontamente scritto Antonio Baylos nonostante lo sconforto o, forse, proprio per aiutarsi a renderlo più tollerabile; “uno de los mejores. Extraordinariamente creativo. Siempre activo. Siempre inquieto”.

Se con Gigi ho trascorso quasi tutta la mia vita professionale, lui ha trascorso interamente la sua con me. In pratica, dal giorno della laurea che discusse con Federico Mancini; ma è lo stesso Gigi a ricordare con accenti di simpatia che oggi mi commuovono di avermi conosciuto nel 1967 quando, in occasione del suo esame di diritto del lavoro, gli rivolsi “una stupenda domanda su un testo di Giugni”.

Dunque, la nostra è stata un’abituale frequentazione nel corso della quale ho potuto   osservare come l’itinerario esistenziale di un entusiasta militante della sinistra extra-parlamentare abbia compiuto la svolta determinante che lo ha messo nella condizione di assumere incarichi politico-istituzionali di governo della sua Regione e come la qualità di giurista del lavoro possa tramutarsi in una ragione in più per adempierli con l’assoluta dedizione che si presta alla causa od al fine in cui ci si identifica. Del resto, come Gigi dirà sul finire degli anni ’90, tanto alla politica quanto all’apprendimento del diritto del lavoro era stato attratto “da una forma di vocazione in senso weberiano”.

In effetti, l’incontro con Politik als Beruf di Max Weber deve essere stato fulminante per il giovane Luigi Mariucci. Per certo, gli donò la bussola sulla scorta della quale avrebbe orientato con rara coerenza le scelte di fondo che hanno caratterizzato la sua vita. Se questo incontro non avesse avuto luogo, sarebbe stato un intellettuale diverso. Non avrebbe scoperto l’etica della convinzione dei principi né avrebbe creduto nell’etica della responsabilità; non si sarebbe sentito chiamato ad approfondire con scrupolosità poco meno che religiosa la conoscenza del diritto cui il lavoro ha dato il nome; non avrebbe mai cessato d’impegnarsi nella difesa dell’identità di una disciplina perennemente in bilico tra diritto dei beni e diritto della persona con l’angosciante nostalgia per “una stagione dei lumi che si è consumata rapidamente” soprattutto per la generazione cui apparteneva, senza peraltro piegarlo a subire il buio di una sconfitta e arrendersi.

Ira ac studium sono, in ultima analisi, le componenti della stella polare che ha guidato la sua “esperienza di vivere il diritto del lavoro per quello che è: un modello per progettare il rapporto tra gli uomini e il mondo della produzione ed insieme un progetto di vita di ciascuno di noi”. Mai come in questo caso le parole sono pietre. Il loro protervo candore svela che Gigi aveva interiorizzato la mission che attribuiva al diritto che dal lavoro ha preso il nome a tal segno di viverlo con una intensità emotiva ad un passo dalla devozione, assolutamente priva di riscontri al giorno d’oggi. Insomma, per quanto laica fosse la passione che lo animava, non esitò a divinizzarne l’oggetto, a farne una chiave di lettura totalizzante e l’indicatore più affidabile del progresso sociale e civile. “Una specie di lampada di Aladino”, preferirà definirlo in un denso scritto pubblicato nel fascicolo d’apertura del 2000 della sua rivista: “uno strumento critico con cui guardare agli assetti sociali, alle forme della prestazione di lavoro ed anche al potere politico”.

“Non saprò mai se sono un giurista prestato alla politica o un politico prestato al diritto”. Questo, si sa, era il “dilemma” che Gino Giugni con divertita malizia si aspettava che venisse sciolto dagli altri. Per Gigi, invece, si trattava di una falsa alternativa. Casomai, la considerava una proficua alternanza. E’ lui stesso a dircelo. “Ai miei occhi”, confesserà, “il diritto del lavoro ha costituito un succedaneo della mia inclinazione alla politica intesa nel senso proprio, come passione per la città, come disponibilità ad assumere l’impegno pubblico in nome di precisi progetti. Da questo punto di vista, posso dire che il diritto del lavoro ha funzionato per me, nell’epoca della mia astinenza dalla politica diretta, come può funzionare il metadone per un tossicodipendente”.

La sincera ruvidezza dell’ammissione non deve trarre in inganno.Essa non implica la rinuncia a soddisfare l’esigenza di riflettere sul metodo che permetta di “entrare” nella logica evolutiva del diritto del lavoro e “starci dentro” rispettandone modalità e ritmi di sviluppo. Significa, semplicemente, riaffermare la necessità di assegnare la massima rilevanza alla “connessione tra interpretazione giuridica, lotta sociale e cambiamento politico”. Diversamente, e Gigi ne era intimamente persuaso, questo corpus normativo si sbriciolerebbe in una quantità di disposizioni disordinate come un gregge privo di pastore. Per questo, Antoine Lyon-Caen può a ragione sostenere che Gigi “échappait à toute définition: il était pluriel”. Infatti, la sua ricca produzione culturale è percorsa da una tensione che lo conduceva a “lavorare in maniera del tutto libera, fuori da schemi e classificazioni prestabiliti, perché l’unica cosa che conta è il risultato finale, ossia l’esistenza di un senso del discorso”.

Come dire: “i buoni discorsi sul metodo sono i lavori metodologicamente ben fatti”. Il che riesce a pochi. Infatti, “dopo che è stato chiuso il grande confronto tra innovatori e conservatori a cavallo degli anni ’60-70 del secolo scorso”, le cose si sono messe in modo che il diritto del lavoro non potesse più restare la provincia minore dell’impero del diritto privato codificato. Si era ribellato ad un’organizzazione accademica che, innalzando steccati dove invece bisognerebbe scavare canali di collegamento, attribuisce arbitrariamente primati a monoculture auto-referenziali. Però, allontanandosi dal suo territorio originario – un’insula in flumine nata, ho raccontato per decenni ai miei studenti – ha finito per situarsi in un “altrove” sconosciuto o, rectius, con un’identità che nessuno può predefinire e anzi non si cesserà mai di scrutare e indagare. Dopotutto, come ammonisce Karl Polanyi, “il lavoro è soltanto un altro nome per designare un’attività umana che si accompagna alla vita stessa, che non è prodotta per essere venduta”, e l’organizzazione del lavoro “soltanto un’altra parola per designare le forme di vita della gente comune”.

Gigi aveva imparato sui banchi dell’Università che in epoca risalente il lavoro non bussò alla porta della storia giuridica soltanto per farsi incartare nel cellophane delle categorie logico-concettuali del diritto dei contratti e che l’impatto delle regole del lavoro sulla vita delle persone non può non eccedere il quadro delle relazioni instaurate da un contratto tra privati. Per questo, si è battuto contro le idee dominanti che, trascurando deliberatamente la complessità della matrice delle regole del lavoro, lo imprigionavano all’interno di un’esangue concezione mercatistica che lo condanna all’insignificanza politica e all’ininfluenza sulle trasformazioni della società.

Difatti, è toccato al costituzionalismo del secondo dopo-guerra – soprattutto alle costituzioni dei “vinti”, quella italiana del 1948 e il Grundgesetz tedesco del 1949 – sviluppare in forma articolata e in termini vincolanti la formula ad elevato tasso etico-politico “il lavoro non è una merce”. Vero è che era stata la Dichiarazione di Filadelfia del 1944 a lanciarla nel firmamento delle idee giuridiche. Ma, se un’ormai secolare istituzione ginevrina non ne avesse fatto l’asse portante del suo agire a livello internazionale e – soprattutto – se gli Stati-nazione non l’avessero sostanzialmente recepita nelle loro costituzioni per solennizzare l’obbligo di garantirne l’effettività, l’età della demercificazione del lavoro non sarebbe nemmeno iniziata.

In realtà, il contratto di lavoro non è che la punta di un iceberg la cui base nascosta ha dimensioni più vaste di quanto la cultura giuridica non si sia dimostrata incline a ritenere, perché su di esso poggia o si innerva un apparato di regole riguardanti una serie in espansione continua di interessi pre- e post-occupazionali. Non c’è soltanto il rapporto di lavoro da regolare. Ci sono le vicende che ne precedono l’instaurazione e quelle che seguono alla sua estinzione; da fronteggiare, le une e le altre, col concorso di una quantità di mezzi. Non c’è soltanto il tempo di lavoro; c’è, non meno importante, anche quello di non-lavoro, durante il quale, per esempio, ci si sposa e si allevano figli.

La verità è che il diritto del lavoro è un non-luogo cui non è bastato un secolo di storia per trovare la collocazione più appropriata nell’ambito delle scienze sociali. Per questo, quanto più le sue radici affondano nella memoria storica tanto più si enfatizzano i limiti della giusprivatistica ed occorre andare alla ricerca di metodologie di ricerca e alla costruzione di categorie mentali mutuate da una molteplicità di saperi: dalla giuspubblicistica all’antropologia sociale, dalla storia delle istituzioni alla sociologia, all’economia.  Proprio perché è una tecnica fra le altre e al tempo stesso diversa dalle altre, il diritto del lavoro reca inscritta nel suo dna la propensione ad intercettare l’evoluzione del costituzionalismo moderno. E’ interagendo con essa, infatti, che è riuscito a premere in direzione della rifondazione dello Stato nell’Occidente capitalistico, come rende palese l’incipit della nostra costituzione. Pertanto, è ascrivibile alla sensibilità di un attento analista della quotidianità come è stato Gigi la più vigorosa contestazione dell’assunto per cui qualunque contratto di lavoro, anche il più scandaloso o scandalosamente amministrato, merita approvazione perché eviterebbe lo scandalo del non-lavoro.

Lo contestava perché sapeva che la relazione tra lavoro e cittadinanza può mettere a rischio diritti che non riguardano il lavoratore in quanto tale, bensì il cittadino che dal lavoro si aspetta un reddito sufficiente per acquistare il pacco-standard di beni e servizi il cui godimento gli permette di essere o credersi, per l’appunto, un cittadino nella pienezza delle sue prerogative. Disposto forse a sacrificarne qualcuna, ma in misura decrescente via via che si consolida una concezione del lavoro come modalità di esercizio dello stesso diritto di cittadinanza in luoghi che non si identificano più necessariamente nell’impresa-istituzione caratterizzata dalla singolare a-legalità degli ordinamenti auto-conclusi.

Celebre per i suoi aforismi, Karl Kraus ne ha scritto uno che piacerebbe molto a Gigi. “L’origine è la meta”. Sono certo che lo interpreterebbe nel senso che anche la più autentica delle rivoluzioni guarda indietro e, rivolta verso un passato che è passato meno di quanto si creda, è destinata ad essere premiata dalla realizzazione di un sogno ancestrale. Un sogno interrotto che diventa improvvisamente possibile riprendere nel terzo millennio, facendo riassaporare il gusto del lavoro a misura d’uomo. Un gusto che presupponeva la fierezza del mestiere che presidiava la dignità di produttore dell’artigiano medievale, prima dell’espulsione dalla sua casa-bottega per essere trasferito negli opifici industriali. Non a caso, ai suoi discendenti del XXI secolo sono in tanti a raccomandare con fervore poco meno che messianico di abituarsi a praticare lo smart working. Ad ascoltarli non c’è più la creatura cui Francesco Tullio Argan ha assegnato il compito di simboleggiare il popolo degli uomini con le mani callose e il colletto blu che, per emanciparsi, vollero lo Statuto approvato dal Parlamento cinquant’anni fa.

No. Lo smart worker dei nostri giorni non può essere Cipputi. Somiglia piuttosto allo stralunato e involontariamente ilare monsieur Hulot. A raccontarne le vicissitudini, però, non ci sarà più un indulgente e sorridente Jacques Tati. Troverà invece un accigliato e intransigente Ken Loach. Non troverà invece un giurista più preparato di Luigi Mariucci a capirne motivazioni e prospettive. Chiunque vorrà prenderne il posto, però, è con la sua monografia sul lavoro decentrato del 1979 che dovrà fare i conti.  

Umberto Romagnoli

Umberto Romagnoli, già professore di Diritto del Lavoro presso l'Università di Bologna. Membro dell'Editorial Board di Insight.

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