Cosa aspettarsi da Keir Starmer

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Gli elettori britannici hanno voluto innanzitutto punire il malgoverno di Sunak e degli altri premier conservatori che l’hanno preceduto.

Dopo quattordici anni di governo conservatore la Gran Bretagna volta pagina, riportando al governo i laburisti di Keir Starmer, che vincono alla grande le elezioni del 4 luglio. Il Labour ottiene 412 seggi (211 in più rispetto al 2019), mentre i conservatori dell’ex premier Sunak scendono a 121, con un crollo di ben 251 deputati. Al terzo posto si piazzano i liberal democratici di Ed Davey con 71 seggi (+63 rispetto al 2019), seguiti al quarto posto dall’ultra destra di Nigel Farage (Reform UK), che entra in Parlamento con 5 seggi.

Diciamo subito che il sistema elettorale inglese - maggioritario secco uninominale - è fatto apposta per esaltare le differenze fra vincitori e vinti. In termini percentuali infatti il Labour vince con il 33,7%, che non è lontano dal 32,1% con cui Jeremy Corbyn aveva perso le elezioni del 2019, mentre più vistoso è il crollo dei conservatori, che perdono in cinque anni ben venti punti percentuali (dal 43,6% al 23,7%) a vantaggio, oltre che dei laburisti, dei liberaldemocratici e dell’estrema destra di Farage.

Altra considerazione da fare in termini numerici riguarda la bassa affluenza alle urne. In queste elezioni si è recato a votare il 59,9% degli elettori, la percentuale più bassa dal 2001 (vittoria di Tony Blair), quando si toccò il 59,4%. I laburisti hanno preso 9,7 milioni di voti, 600.000 in meno rispetto ai 10,3 milioni del 2019. Lo stesso Starmer ha parlato di “stanchezza nel cuore della nazione”, riconoscendo che occorre ricostituire la fiducia dei cittadini nella classe politica. Un problema comune a tutte le principali democrazie, con l’importante eccezione delle ultime elezioni francesi.

Queste cifre non devono però sminuire il significato della vittoria di Starmer, che appare molto chiara. Gli elettori britannici hanno voluto innanzitutto punire il malgoverno di Sunak e degli altri premier conservatori che l’hanno preceduto. E’ stata punita anche la Brexit, che avrebbe dovuto segnare, secondo i suoi sostenitori, il rilancio del Paese e invece ha finito con l’affossarlo ancora di più. Alcune stime che circolano in Inghilterra indicano nel 4% la flessione del Pil dovuta alla Brexit. Il problema del Regno Unito non era e non è l’Europa, ma il calo della produttività, come sottolinea l’Economist, che dal nuovo governo laburista si aspetta un guadagno in termini di efficienza del sistema Paese.

Che cosa c’è da attendersi ora da Starmer, il laburista moderato che ha conquistato anche i voti dei conservatori? Ci sarà continuità nella politica estera, con conseguente sostegno a Ucraina e Israele, mentre, per quanto riguarda l’Europa, verrà confermata la Brexit, la cui ferita è ancora troppo aperta, ma dovrebbe esserci un riavvicinamento sui temi degli accordi commerciali, che potrebbero migliorare, e della sicurezza, con progetti militari comuni.

Da Starmer ci si aspettano però cambiamenti soprattutto in politica interna. A cominciare dalla sanità, su cui ha promesso di mettere maggiori risorse compatibilmente con i vincoli di bilancio, e dalla politica migratoria. La deportazione degli immigrati irregolari in Ruanda, che voleva fare Sunak, “è morta e sepolta” ha detto il neo-premier. Sarebbe però un errore pensare che le maglie si allarghino. Anzi, secondo alcuni osservatori, i controlli in entrata potrebbero diventare più stringenti.

Per quanto riguarda la politica economica, Starmer ha promesso in campagna elettorale che il Labour non sarà il partito della spesa pubblica facile. Né verrà toccata la tassazione sul reddito delle persone fisiche, ma si interverrà su alcune imposte indirette, ad esempio aumentando l’Iva per le scuole private, e sui profitti esteri delle multinazionali non domiciliate nel Regno Unito, che finora hanno goduto di ingiustificabili benefici. Il premier laburista potrebbe inoltre puntare alla riforma del mercato del lavoro e all’aumento dei salari soprattutto per certe categorie, come i medici, dove sono rimasti fermi per lungo tempo.

In sostanza dovrebbe essere la realpolitik a guidare il nuovo primo ministro britannico. Qualcuno gli rimprovera la mancanza di inventiva, altri, come Ken Loach, il grande regista espulso dal Labour per essersi schierato apertamente a favore di Corbyn (a sua volta espulso per antisemitismo, ma rieletto nel suo collegio dove correva come indipendente), di non essere di sinistra. La politica di Starmer sarà sicuramente agli antipodi di quella che avrebbe voluto fare Corbyn se fosse stato eletto cinque anni fa, nazionalizzando le aziende produttrici di servizi pubblici (gas, elettricità, acqua, trasporti), che erano state privatizzate dalla Thatcher. Assomiglierà piuttosto a quella di Tony Blair, senza però alimentare promesse messianiche come la “terza via”, che è rimasta soltanto uno slogan cui non ha corrisposto l’adozione di riforme sociali incisive. Non si può negare che per Starmer ci sia il rischio di appiattimento, di un profilo troppo basso. Ma nello stesso tempo è meglio rimanere sul concreto, essere giudicati dai fatti, come lui stesso ha dichiarato nel suo discorso di insediamento, piuttosto che ammantarsi di proclami fuorvianti.

La vera sfida di Starmer sarà quella di fare una politica per la gente comune. Migliorare l’accesso dei ceti medi e bassi alla sanità, all’istruzione, agli alloggi, al mercato del lavoro. Favorire una maggiore partecipazione dei cittadini alle scelte collettive e alla vita di comunità. E’ proprio questo che l’ha portato al governo. Ed è quello che adesso dovrà dimostrare di saper fare.

Attilio Pasetto

Economic analyst